L’intervento si muove su quattro direttrici: la prima direttrice è l’estensione del calcolo contributivo; la seconda direttrice, che della prima è conseguenza e insieme presupposto, insiste sul tema dell’equità intergenerazionale; la terza direttrice riguarda l’introduzione di maggiore flessibilità nell’età di pensionamento; infine, la quarta direttrice è quella della semplificazione. La riforma si concentra soprattutto sull’eliminazione di particolari regimi previdenziali e procedurali e, tra questi, quello delle cosiddette finestre mobili. Il pilastro della riforma è l’affermazione del sistema
contributivo come criterio di calcolo delle pensioni per tutti. Il meccanismo viene applicato pro rata ai lavoratori che sono ancora soggetti al sistema di calcolo retributivo. Vi è un’accelerazione del processo di convergenza del trattamento pensionistico di uomini e donne. A tal fine è previsto l’innalzamento dell’età di pensionamento delle lavoratrici dipendenti del settore privato e di quello autonomo e la progressiva equiparazione ai lavoratori uomini. La progressione prevede l’innalzamento di un anno ogni 24 mesi, con conseguente completamento nel 2018. Vengono conservate le pensioni di anzianità con 42 anni e un mese di contributi per i lavoratori e con 41 anni e un mese per le lavoratrici. Tra i diversi trattamenti previdenziali, vengono gradualmente elevate le aliquote contributive per i lavoratori autonomi, artigiani e commercianti.
Al fine di determinare minori spese correnti per il prossimo biennio, è stato deciso il blocco dell’adeguamento all’inflazione dei trattamenti previdenziali superiori al doppio del trattamento minimo. L’adeguamento all’inflazione resta pieno per le pensioni minime e possiamo ora dire, grazie ai proventi della misura sullo scudo fiscale, che resta piena la copertura dell’inflazione fino alle pensioni che sono pari a due volte il minimo e che non sono pensioni ricche (sono pensioni di circa mille euro al mese).