Il progresso in questi 150 anni è stato enorme, ma non ha cancellato completamente il divario rispetto alle migliori performance europee. Molte infrastrutture, che qualche anno fa erano all’avanguardia, oggi sono obsolete e avrebbero necessità di un generale rilancio. L’adozione delle nuove tecnologie è un obiettivo urgente, la banda larga, oggi è una rete decisiva per la competitività del sistema. Nel 2009 i laureati nella fascia d’età tra i 25 e i 64 anni in Italia non superavano il 15%, contro una media europea del 30%. E la situazione migliora troppo lentamente, se nelle fasce di età tra i 25 e i 34 anni (non più 64), i laureati si collocano al 20% contro una media Ocse del 37%. Anche i diplomati sono ancora troppo pochi: il 54% della popolazione adulta contro una media Ocse del 73!
Dobbiamo tutti studiare di più. Ce lo impone l’impressionante trasformazione tecnologica e di conoscenze che ha investito il mondo e che è all’origine della redistribuzione internazionale del lavoro. Se l’Italia da circa 15 anni cresce meno degli altri Paesi europei, noi dovremmo tra l’altro, urgentemente, migliorare il nostro capitale umano, dedicando a ciò le nostre migliori capacità intellettuali.
E’ vero che dobbiamo guardare alle statistiche con mente aperta e senza semplicismo. Il “gap” di competitività dell’Italia rispetto al resto d’Europa esiste. Ma esiste anche una forza e una vitalità della società e dell’economia italiana – a Reggio si ha particolare titolo per parlare di questo aspetto – che hanno reso il nostro Paese molto flessibile, capace di adattamento. Le famiglie italiane, ma anche le nostre imprese, sono tra le meno indebitate tra i paesi industrializzati; la ricchezza netta del settore privato è assai elevata, oltre 8 volte il reddito annuo. Ecco perché l’Italia potrebbe dare ancora a lungo l’impressione di essere un paese ricco, pur avendo un PIL che cresce al ritmo che è la metà di quello dell’Eurozona. Ecco perché, anche in buona fede, ci si può confondere tra ricchezza percepita e sua larga inadeguatezza. siamo dunque in grado, con questa ricchezza del settore privato, di finanziare il nostro debito pubblico. Ma troppo spesso in passato a fronte di quel debito pubblico che oggi è una montagna – lo sa il Presidente Prodi – ci sono stati, anno dopo anno, interventi del settore pubblico che non sono stati atti di investimento né in capitale fisico, né in capitale umano, ma sono stati atti di consumo. Quindi altra è la situazione di un Paese che avesse il nostro rapporto debito pubblico/PIL ma con un debito pubblico generato tutto da investimento (che darebbero, anno dopo anno, il contributo alla crescita del PIL); altro è il caso di un debito formatosi come quello italiano.