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A proposito del momento di difficoltà generale, vorrei dire qual è la mia sensazione quando sento parlare di “fase 1” e di “fase 2” dell'attività del Governo. E’ normale per gli osservatori, per la stampa, per lo stesso mondo politico, cercare criteri di ordinamento e di classificazione. E’ un'esigenza della natura umana. Io non vedo però una distinzione tra “fase 1” e “fase 2”. Se “fase 1” significa gestione di crisi che comportano anche aspetti di emergenza, signori, siamo sempre nel pieno di una “fase 1”.

Vediamo cosa succede in Europa, in Grecia; vediamo qual è la preoccupazione principale nell'agenda del G8 che inizierà presto a Camp David. La preoccupazione è soprattutto, oltre che su temi strategici di vasta portata, sul tema dell'economia europea, dell'eurozona. Abbiamo quindi la grande tranquillità psicologica e politica che ci deriva da un fatto: all'interno del Paese si sa, e anche all'esterno - credo che l’ambasciatore Thorne potrebbe autorevolmente confermarlo - che in una situazione di crisi come quella di oggi, come quella nella quale questo Governo ha esordito a metà novembre, l'Italia si trova in due situazioni profondamente diverse.

Perché oggi, di nostro, non contribuiamo alla crisi come rischiava di essere in quella fase di qualche mese fa. Ma ciò non toglie che se, malgrado il contributo che gli Stati Uniti, l'Italia, diversi paesi europei stanno fornendo per la gestione e il superamento della crisi, questa dovesse tracimare, l’Italia si ritroverebbe con la coscienza pulita ma con mercati finanziari molto turbati. E’ quindi una “fase 1” che continua.

D'altra parte la “fase 2”, se per “fase 2” vogliamo intendere quella destinata alla crescita, è iniziata fin dal primo giorno dell'attività del Governo; quando, per esempio, dentro provvedimenti pesanti per il consolidamento del bilancio pubblico, abbiamo mantenuto aperti spazi nella fiscalità delle imprese e del lavoro per salvaguardare le prospettive di crescita. I provvedimenti sulle liberalizzazioni sono anch'essi tutti volti, superando le resistenze corporative e le rendite di posizione, a dar fiato alla crescita oltre che a favorire le generazioni future rispetto ai detentori di potere economico nel presente.

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