Da un lato, vi è, infatti, l'idea che la crisi dei debiti sovrani, esplosa nella primavera del 2010, sia stata resa possibile dalle debolezze nel sistema di governance della moneta unica e di sorveglianza delle politiche fiscali nazionali, ma abbia la sua causa profonda in squilibri macroeconomici accumulatisi nel tempo, a causa dell'inerzia dei Governi nazionali, di politiche sbagliate e di scarsa disciplina nella gestione delle finanze pubbliche. La risposta è perciò solo, da questo punto di vista, in un rafforzamento delle regole che governano le finanze pubbliche.
Come è stato osservato, credo, dall'onorevole Letta, non dobbiamo avere alcun complesso: noi rispettiamo le regole, se non le rispettiamo, siamo consapevoli che ciò può essere sanzionato. Tuttavia, come, forse, avrete visto l'altro giorno durante la conferenza stampa di Villa Madama, ho colto l'occasione per ricordare che furono Francia e Germania - lo ha ricordato l'onorevole Letta - i principali protagonisti della più grande e prima violazione delle regole, che ha portato con sé una serie distruttiva di comportamenti di imitazione. È importante evitare quello, noi e gli altri.
Dall'altro lato c'è la tesi di chi ritiene che la crisi dei singoli debiti sovrani abbia invece assunto ormai un carattere sistemico a causa della mancanza di fiducia nella capacità di risposta unitaria dell'Europa; soluzioni comuni europee sono, quindi, necessarie per evitare che alcuni Stati membri scivolino in una trappola della recessione in cui il rigore riduce la crescita e aumenta il debito rendendo necessari nuovi tagli e contrazioni della domanda. Una sequenza che, come non mi stanco di ripetere ai colleghi che sono a capo di altri governi europei, sarebbe la ricetta migliore per ridurre l'accettazione della costruzione europea da parte dei cittadini e per trascinarci, tutti, in una sequenza di provincialismo in un momento in cui occorre più europeismo, di isolazionismo in un momento in cui occorre la capacità di governare fenomeni di integrazione europea e globale. Questa deriva sarebbe, per noi italiani, io ritengo, particolarmente contraria alla nostra natura, alla nostra tradizione, alla nostra capacità che è quella di essere, non solo, a favore dell'integrazione, ma anche integratore di sforzi comuni, e ve lo dirò fra un minuto, concludendo, a proposito del percorso molto fitto e intenso che abbiamo cercato di fare in Europa e anche al di fuori dell'Europa, con i colleghi europei, in preparazione di questa importante scadenza che ormai dista solo quarantotto ore.