Convinto che le politiche regionali non possano sostituire il buon funzionamento delle istituzioni ordinarie, il Governo ha volute usarle come un volano per il miglioramento dell’intera azione pubblica, del Governo centrale, delle Regioni e dei Comuni, facendo leva in primo luogo su risorse comunitarie di cui era in grave ritardo l’uso.
È così stato lanciato, d’intesa con le Regioni, il Piano di Azione Coesione che ha trovato traduzione nella riprogrammazione di circa 5 miliardi di euro di fondi comunitari. Ed è stata impressa una significativa accelerazione alle delibere con cui il CIPE programma il Fondo Sviluppo e Coesione sbloccando, da Novembre a oggi, circa 12 miliardi di euro destinati ad investimenti pubblici nel Mezzogiorno. Si è sostituita alla pioggia di interventi di natura emergenziale una ragionata individuazione di poche priorità.
Su questo punto, in particolare, ovvero su un certo assistenzialismo nefasto, voglio essere chiaro.
La crescita non nasce da soldi pubblici pompati in un tubo da cui esce qualcosa che si chiama, appunto, crescita. Questo sistema, oltre tutto, è stato sperimentato proprio nel Sud e non proprio con successo. La crescita è il frutto di una economia e di una società che funzionano. Poi può anche giovarsi di alcuni selettivi interventi pubblici, ma bisogna abituarsi alla competitività, ad investire in innovazione, ricerca. Di sicuro una cosa che serve molto alla crescita è l’istruzione, così come la qualità dei servizi essenziali e del welfare, il capitale sociale, la fiducia di ciascuno verso gli altri e verso il potere pubblico. Questi elementi in particolare nel Mezzogiorno non sono particolarmente presenti. Attuare questi processi è ancora più importante che mettere soldi nel processo di crescita.
Resto convinto che un’ economia e una società ben funzionanti sono il presupposto ma è chiaro che occorrano infrastrutture per la crescita, dai trasporti alla banda larga, dalla manutenzione del territorio ai sistemi di depurazione e smaltimento dei rifiuti.