In particolare, i distretti tecnologici del Mezzogiorno rappresentano la più limpida testimonianza della persistenza di un Sud industriale avanzato, dinamico, aperto: pensiamo all’elettronica aquilana, all’aerospaziale campano e pugliese, all’ICT cagliaritano, alla meccatronica barese, all’elettronica catanese. A esse si aggiungono la siderurgia di Taranto, cui il Governo ha tangibilmente dimostrato di non voler rinunciare; la produzione energetica del brindisino, primo polo del settore in Italia; la farmaceutica aquilana, barese, catanese, napoletana; l’automotive, sia per i veicoli commerciali in Abruzzo che per il trasporto delle persone negli insediamenti campani e lucani; l’industria vetraria, che vede il Mezzogiorno d’Italia in sinergia con i principali player mondiali; la vitalità di un agroalimentare di qualità che anima nuove filiere produttive di grande forza, dalla Sicilia all’Abruzzo alla Sardegna.
A questo sistema si affiancano gravi, talora drammatici, punti di rottura che hanno pesantemente inciso, nei tempi più recenti, sulla traiettoria di crescita del Mezzogiorno: ho già ricordato il caso dell’Ilva di Taranto, ma non posso dimenticare le miniere del Sulcis o lavoratori dell’Alcoa. Il nostro paese si trova a fronteggiare i tornanti più difficili della crisi economica che ha investito l’Italia e l’Europa.
Come possiamo intervenire?
Il primo pilastro di politica economica per rafforzare le aree industriali già robuste e rilanciare quelle in crisi è rappresentato, è ormai condiviso, dal miglioramento delle condizioni di contesto in cui le imprese operano. La sicurezza, la giustizia, la formazione del capitale umano, la qualità dei servizi, la gestione del territorio: insomma, l’insieme dei servizi fondamentali a cui l’azione di governo si è volta e su cui lavoreremo con forza nei prossimi mesi. Ma servono anche azioni dirette.