Quell’esito drammatico che faceva da sfondo alla nostra azione negli ultimi mesi dell’anno scorso sembra oggi più lontano. Anzi, grazie all’azione di questi mesi, credo di poter dire, che l’Italia ha potuto togliersi dalla lista dei Paesi che erano una grave fonte di problemi per la stabilità dell’area euro e contribuire, insieme ad altri, a formulare politiche per una progressiva stabilizzazione della crisi e per riorientare l’azione dell’Unione Europea verso una maggiore attenzione alla crescita.
Abbiamo compiuto questo tratto di strada determinate per fare scelte nel breve periodo che guardassero a obiettivi di lungo periodo. L’essenza delle riforme strutturali sta in questo: uno scambio tra costi nel breve e benefici nel lungo periodo. E’ stata una scommessa sull’Italia, sulla sua capacità di reagire, di cambiare rotta e costruire un futuro con più crescita, più equità, più stabilità. Come ogni volta che si intraprende una nuova rotta, si avverte il bisogno ad un certo momento di fermarsi e verificare se abbiamo percorso un tratto sufficiente, se la direzione è quella giusta, e quanto manca ancora per raggiungere la meta che ci siamo prefissi.
E’ per questo che oggi sono particolarmente lieto di avere un momento di riflessione comune sullo stato delle riforme strutturali. Abbiamo voluto insieme con il Segretario Generale Gurria, che ringrazio anche personalmente per l’impulso, l’entusiasmo e la capacità critica e l’ incoraggiamento con cui segue gli Stati Membri dell’OCSE. Abbiamo voluto con lui quest’occasione come coronamento di una lunga e ricca collaborazione tra l’Italia e l’OCSE, che si è ulteriormente approfondita e arricchita in questi mesi.
L’OCSE ha una capacità riconosciuta di leggere e analizzare gli sviluppi delle economie dei suoi Stati Membri ed ha una vocazione a sostenere i riformatori, mettendo a loro disposizione la ricchezza del suo patrimonio di esperienze e di best practices. Devo dire che l’opera di riforma in ogni paese è difficile, anche perché incombe quel teorema di Junker pronunciato dal primo ministro lussemburghese, secondo il quale “chi fa le riforme strutturali fa il bene del suo paese, ma poi perde le elezioni”, teorema che è smentito prima di tutto dal suo autore, perché il primo ministro Junker, che ha ben governato il suo sia pur piccolo paese, è in carica dal 1995; in secondo luogo, perché ci sono stati altri casi di smentita del teorema di Junker; in terzo luogo perché, ancorché il teorema di Junker non possa applicarsi a noi perché non abbiamo una prospettiva elettorale, appare tuttavia che gli italiani - e questo come dicevo poco fa al Segretario Generale è il principale elemento conoscitivo di questi mesi- gli italiani, pur sottoposti a un trattamento molto incisivo e pesante di misure, stanno dimostrando, secondo il loro comportamento e secondo quello che dichiarano, di non essere particolarmente ostili a coloro che queste misure hanno dovuto, stavo dicendo infliggere, ma mi sembra eccessivo, hanno dovuto persuaderli che fossero nel loro interesse di lungo periodo.