E siccome l’OCSE è uno dei centri più acuti al mondo, per quanto riguarda lo studio della politica dell’economy of reforms, io confido che l’OCSE possa un giorno, esaminando questo periodo dell’economia italiana, trovare materiali che confortino la smentita ulteriore del teorema di Junker.
Poi lo sguardo dell’OCSE è un antidoto contro quella che si chiama la complacency, la tendenza naturale dei governi all’autosoddisfazione – è chiaro che noi siamo ancora ben lontani dal momento in cui potremo permetterci una complacency - ma è sempre bene pensare che ove mai sopravvenisse quel pensiero, ci sarebbe l’OCSE.
Insomma per tutti questi motivi lo spirito dell’incontro di oggi non è certo quello di fare una celebrazione o di dare un rating alle riforme. È un momento di confronto oggettivo su dati di fatto e in un’ottica non politica.
Ringrazio tutti i partecipanti al panel e i rappresentanti della Banca di Italia e del CNEL, a cominciare dal suo Presidente, che hanno accettato di prendere parte ai lavori.
Il Rapporto che l’OCSE presenta oggi è un rapporto originale ed equilibrato. Offre una fotografia nitida di un Paese che sta cambiando, che è in parte già cambiato e anche una fotografia che mette a nudo limiti e aspetti incompleti delle riforme.
Il sottotitolo del Rapporto Reviving Growth and Productivity offre una sintesi efficace del senso del documento. Il Rapporto dimostra che il primo passo per la crescita è mantenere una disciplina delle finanze pubbliche. Credo che l’OCSE non condividerebbe mai la tesi di alcuni “c’è una fase 1 per il rigore, una fase 2 per le riforme”. È troppo tardi iniziare le riforme in una fase 2, vanno iniziate in una fase 1; è troppo presto per abbandonare il rigore in una fase 2, o perché va mantenuto nella fase 2, nella fase 3, nella fase n di una politica economica.