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Intervento alla cerimonia di commemorazione del 16 ottobre 1943 - deportazione degli ebrei romani

La razzia del 16 ottobre 1943 è stata non soltanto il tentativo di eliminare la più antica comunità ebraica dell’Occidente, ma ha rappresentato la volontà di snaturare il carattere stesso della città di Roma, in cui la presenza ebraica è sempre stata importante, dal I secolo avanti Cristo fino ad oggi. Anche nei secoli passati gli ebrei avevano vissuto periodi di grandi difficoltà e di restrizioni, ma il 16 ottobre l’obiettivo era ben più radicale: la loro eliminazione.

Nei nove mesi dell’occupazione nazista di Roma, proprio nel momento della più feroce persecuzione, quando vi fu un’intensa, terribile, spietata caccia all’uomo, alla donna e al bambino come abbiamo sentito, si strinse nuovamente quel patto di cittadinanza stabilito nel Risorgimento con l’emancipazione delle minoranze religiose. In quel frangente, tanti romani non ebrei hanno offerto il loro aiuto ai perseguitati. Molti lo hanno fatto per un semplice istinto di umanità. Altri spinti dalla loro fede cristiana. Questa è una storia da ricordare, perché ci insegna che nelle difficoltà, anche nel momento più difficile nella vita di una città, il bene non viene mai ucciso. In ogni tempo, c’è qualcuno che sceglie di lottare contro il male, a favore del bene. È un insegnamento per ciascuno di noi: c’è sempre una scelta da compiere, anche oggi, in Italia, in Europa, nel mondo, e può essere una scelta per il bene.

Le ombre lunghe di quel 16 ottobre 1943, che non può essere compreso pienamente senza ricordare il 1938 e le ignobili leggi razziali, lambiscono anche il nostro tempo. È una storia che non passa, quella dell’antisemitismo omicida e della Shoah. La consapevolezza di quell’abisso è un dovere per tutti. Storia e memoria fondano la comunità civile, radicano l’esperienza ad un valore più forte della violenza e della barbarie, che è l’insopprimibile dignità di ogni persona.

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