Per quali istituti ha lavorato Suo padre?
Ha lavorato per diversi istituti: per la Banque française et italienne pour l’Amérique du Sud, che faceva parte del gruppo Comit, Banca Commerciale Italiana, per la quale lavorò a Parigi; per la Banca Nazionale del Lavoro, per la quale si occupò dell’apertura di filiali in Spagna e in Italia, arrivando a essere direttore della sede di Milano; poi lavorò per la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, di cui fu direttore generale; poi infine per l’Istituto Bancario Italiano (una banca con sede a Milano, controllata dal gruppo Pesenti, ndr), come amministratore delegato. La base della famiglia divenne Milano, anche se io sono nato a Varese, nel ‘43, durante lo sfollamento della guerra. Terminato il conflitto, cioè dall’età di due anni, ho sempre abitato a Milano, tranne un anno di studi in America e dieci anni di lavoro a Bruxelles e ora, da qualche mese, a Roma».
Che famiglia era, la sua?
«Era una normale famiglia borghese, la mia: con molta dolcezza nella mamma e una visione molto rigorosa e solida in mio padre, laureato all’università Bocconi, all’epoca in cui si trovava di fronte al Corriere della Sera, in Largo Treves, in un edificio a tre piani in cui insegnò, tra gli altri, anche Luigi Einaudi. Stava dove oggi sorge un palazzo del Comune, non molto bello purtroppo. Anch’io e mio figlio, di nome Giovanni come il nonno, ci siamo laureati alla Bocconi».
L’eredità più importante trasmessale dalla sua famiglia?
«Il senso dell’impegno, tipico di un atteggiamento “lombardo”. Di mia madre ricordo una frase cui ho avuto modo di ripensare più volte, in questi mesi: “Alla larga dalla politica”, una massima che usava molto spesso. Pensi che qualche mese fa, quand’ero già al governo, una domenica mattina, nella chiesa di San Pietro in Sala, in piazza Wagner, un signore che non conoscevo, mentre uscivo, mi ha apostrofato così: “aveva proprio ragione la sua mamma!”. Evidentemente ricordava quella frase, che qualche mese prima avevo citato in un’intervista televisiva. Da mio padre credo di aver ereditato la scrupolosa indipendenza, anche nell’esercizio della sua professione di banchiere: non frequentare privatamente gli imprenditori clienti della banca, perché sennò poteva esserci troppa vicinanza; e resistere alle pressioni, perché anche allora il sistema bancario non era alieno da certe influenze politiche. Lui ha lavorato fino al ’70 ed è morto nel ’93, ma ho incontrato spesso, anche negli anni successivi, persone che mi hanno detto io lavoravo con suo padre e sempre ritornava, nei loro ricordi, questo suo senso rigoroso del non farsi influenzare: quello credo di averlo preso un po’».