Le posso chiedere se ricorda il suo primo amore, presidente?
«Certo che può chiedermelo! La risposta è “ si, lo ricordo”. Sono certo che non vorrà spingersi oltre, vero?».
E qual è il suo maggiore rimpianto?
«Uno l’ho ben presente: dopo la laurea sono stato un anno all’università di Yale, per studi di perfezionamento. Il professore che mi guidava nella vita accademica alla Bocconi, Innocenzo Gasparini, al quale devo il caldo suggerimento di andare negli Stati Uniti, altrettanto caldamente mi suggerì di tornare dopo un anno, perché aveva bisogno di un assistente. Essere stato solo un anno a Yale, e non parecchio più a lungo, è stata una cosa che probabilmente mi ha danneggiato dal punto di vista intellettuale e professionale, anche se ha accelerato la mia carriera universitaria, ma resta il rimpianto di non essere andato parecchio più avanti nella preparazione scientifica, da economista. Io ho vissuto a Yale nel ‘67-‘68, con mia moglie Elsa (ci eravamo appena sposati). Erano anni vivacissimi negli Stati Uniti, anche drammatici: nella primavera del 1968, a distanza di due mesi, ci furono gli assassini di Martin Luther King e di Robert Kennedy. Era un paese che si trasformava, che soffriva i traumi della guerra del Vietnam. Il mio rimpianto è quello di non essere stato più a lungo in quell’ambiente culturale e scientifico; e di non aver intrapreso là una carriera accademica».
Altri rimpianti?
«Non direi. Almeno nella vita professionale, non ho mai rimpianto di aver detto dei “no”. Questo vale anche per le proposte politiche, ricevute in passato a più riprese. Non ho detto “no” a quella dello scorso novembre del Presidente Napolitano, a seguito della quale lei mi vede in questo ufficio. Ma quella, non l’ho considerata una ‘proposta’».
Qual è stato l’incontro che ha mutato il corso delle sue scelte?