Il giorno più felice della sua vita?
«Il giorno della nascita di mia figlia, la primogenita, anche se io ero un padre all’antica e non andai in sala parto, come già tanti miei coetanei facevano».
E il più infelice?
«Due giorni della mia prima infanzia: la prima volta che, nel 1952, ho visto la morte: quella di mio nonno Abramo, lo stesso che era emigrato in Argentina. E, pochi anni prima, quel 4 maggio 1949 in cui l’aereo che trasportava la famosa squadra del Torino si schiantò a Superga. Avevo sei anni, ero molto appassionato di calcio, anche se tifavo Milan e non Torino. L’avevo vista giocare, quella squadra; e mi commosse molto quell’evento».
Qual è la persona scomparsa che richiamerebbe in vita?
«Una figura storica che non ho mai conosciuto ma che avrei una voglia enorme di richiamare in vita è Jean Monnet, l’ideatore dell’Unione Europea: è una delle personalità che mi appassionano di più, per la sua inaudita creatività politica, per la sua capacità di invenzione».
Quale sarebbe per lei la più grande disgrazia, sul piano personale?
«Perdere il senno e non accorgermene, come avviene con l’Alzheimer; diventare appannato nella mente, senza accorgermene».
La sua materia preferita a scuola?
«La storia e filosofia».
La sua città prediletta?
«Venezia»
Il colore preferito?
«L’azzurro».
Il fiore che più le piace?
«Il tulipano: è bello è carnoso».
Cosa beve più volentieri?
«Devo proprio dirlo? Il Gin & tonic».
Il piatto preferito?
«Spaghetti alle vongole. Ma anche il sushi».
Il o la cantante preferita?
«Mina. Ho sempre adorato la sua voce. Non l’ho mai vista. E qualche settimana fa in un’intervista ha detto che mi avrebbe voluto come compagno di banco. Più di così!...».