14 Gennaio 2013
CHECK AGAINST DELIVERY
Sindaco Fassino,
Presidente Cota,
Presidente Cardia,
Ingegner Moretti,
Autorità, cittadini di Torino,
davanti ai nostri occhi c’è una grande opera dell’uomo, una nuova infrastruttura. Viviamo, tutti insieme, un momento importante per il nostro Paese. Questa straordinaria stazione per l’alta velocità è una metafora della vita: è la partenza, l’arrivo, il passaggio, lo scambio. E’ il presente che diventa futuro.
E’ l’incontro dell’Italia con l’Europa di oggi e di domani. Quest’opera è l’immagine concreta di un Paese che avanza, è aperto, è dinamico, è coraggioso, ama la scoperta e sa rinnovarsi. Non a caso tutto questo nasce a Torino. E’ per realizzare luoghi di scambio come questo che venne realizzato lo Stato nazionale, è per questo che nacque la grande storia del Risorgimento. Noi veniamo da quella storia di cui Torino fu il centro di irradiazione, il riferimento, la prima Capitale. La nostra modernità comincia con la strada ferrata. L’Occidente corre sempre sui binari. Le ferrovie, le strade, le vie di comunicazione, negate da governi stranieri, inaccessibili a fragili, asfittici staterelli italiani, furono uno dei grandi obiettivi strategici di uomini e donne che seppero immaginare un Paese unito, diverso: l’Italia!
L’unificazione nazionale, ieri e oggi, passa su queste strade, vive e rivive in questa città.
Il cemento e l’acciaio, le infrastrutture, sono il prodotto di una forza morale, della volontà dell’uomo, dello Stato, della legge, della nazione, del popolo.
Ed è per ricordare questa grande storia che la Presidenza del Consiglio e il Comitato presieduto da Giuliano Amato hanno deciso di realizzare qui, all’interno di questa nuovissima struttura, un segno, un ricordo delle libertà costituzionali concesse l’8 febbraio del 1848 da Re Carlo Alberto, nel pieno della rivoluzione nazionale.
Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia – all’interno delle cui celebrazioni questo monumento è stato progettato – è terminato da un anno. Ma non è concluso - e non deve mai concludersi - il lavoro della memoria, l’amore per la nostra storia, la nostra Patria, che sono elemento fondante della comunità, dovere per le istituzioni, strumento di crescita per i giovani, gli italiani che domani governeranno l’Italia.
Questa stele non riproduce lo Statuto Albertino del 4 marzo 1848 – per quasi un secolo costituzione di riferimento per gli italiani – ma il decreto fondamentale che ne fu la base, concesso dopo giorni di tormento e sofferenza interiore dal Re, atto giuridico che consentì al Piemonte di diventare guida indiscussa dell’indipendenza italiana. Un’esplosione di gioia invase Torino in poche ore. Ciò avvenne quando si capì che il decreto concedeva parità di diritti a tutti i cittadini indipendentemente dalla religione; che ai valdesi veniva restituita parità giuridica, la possibilità di acquistare case e terreni; che ai cittadini di religione ebraica veniva aperto l’accesso alle cariche pubbliche e alle carriere statali; che agli abitanti della Sardegna veniva concessa parità di diritti; che la libertà di stampa aveva un fondamento costituzionale; che il Parlamento veniva posto al centro della vita di uno Stato italiano. Fu il primo passo verso quel bene inestimabile che si chiama democrazia.
Quel documento eccezionale ha da oggi un luogo simbolico per raccontare ai passeggeri, agli studenti, ai lavoratori, ai turisti, a chiunque passi da qui, quella storia fatta di lungimiranza e coraggio. E’ la Storia dello Stato italiano, il risultato delle straordinarie storie delle persone, delle famiglie. E’ la memoria dei nostri genitori, dei nostri nonni, di ciascuno di noi.
La stazione di Porta Susa occupa un posto speciale anche nei miei ricordi e nella mia storia personale.
Era l’inizio degli anni Settanta quando, da giovane professore, prendevo il treno che da Milano arrivava proprio qui a Porta Susa per raggiungere studenti e colleghi presso la Facoltà di Economia.
Porta Susa allora era una stazione totalmente diversa rispetto a quella avveniristica che ci accoglie oggi. A quei tempi le stazioni erano luoghi polverosi, male illuminati, spesso ostili. Oggi la stazione è un esempio di architettura bioclimatica e di efficienza energetica, un trionfo di tecnologia e modernità.
Se la stazione degli anni settanta ci sembrava un luogo del passato, questa che scintilla davanti ai nostri occhi oggi le ci proietta nel futuro.
E’ la stessa trasformazione che desidero per il nostro Paese. Un cambiamento profondo, per recuperare lo slancio e le energie che abbiamo saputo mostrare nelle fasi migliori della nostra storia. Forze che non sono scomparse, non si sono spente, e hanno bisogno solo di essere rigenerate, risvegliate. Sono forze che hanno bisogno di fiducia.
Perché l’Italia è una grande nazione al centro della politica europea e internazionale. E’ un Paese che conserva una vocazione industriale importante.