Emblema della Repubblica
Governo Italiano
Presidenza del Consiglio dei Ministri

Servizi e ricerca nel sito

Politica europea: intervento del Presidente del Consiglio Mario Monti in Senato

25 Gennaio 2012

Signor Presidente, onorevoli senatori, desidero anzitutto ringraziarvi per l'odierna occasione che il Senato offre al Governo di proseguire e rafforzare il dialogo che ho tenuto ad instaurare con il Parlamento sull'azione di politica europea del Governo. Per il Governo è fondamentale poter contare sull'indirizzo e sul sostegno dei Gruppi parlamentari e delle forze politiche in un momento in cui si compiono scelte decisive per l'assetto della governance della zona euro e per il futuro stesso dell'Unione europea.

Come accade in altri Stati membri - vorrei citare la Germania, il Regno Unito, la Danimarca ed altri Paesi dell'Europa del Nord - l'indirizzo ed il sostegno del Parlamento devono essere un elemento di orientamento strategico e di forza aggiuntiva per l'azione del Governo e dell'intero Paese sulla scena europea. È importante che vi sia questo elemento di partecipazione e condivisione democratica in un momento in cui l'azione - che deve essere condotta all'interno del contesto nazionale con politiche di risanamento finanziario e di stimolo alla crescita, che richiedono anche sacrifici pesanti ai cittadini - è strettamente collegata alle scelte istituzionali e di politiche pubbliche che si affermano a livello europeo.

Il superamento della crisi economica, finanziaria e sociale che attanaglia l'Europa dipende da riforme strutturali, che sono nelle mani e nella capacità di decisione degli Stati membri. Allo stesso tempo, risanamento e riforme nazionali non potranno avere successo, anzi rischiano di fallire, se non sono sostenute in modo conseguente dalle scelte compiute a livello europeo.

Per questo, l'Italia, il Governo, il Parlamento e le forze politiche devono giocare un ruolo attivo affinché si giunga ad una ridefinizione equilibrata e sostenibile dell'assetto di governance dell'area euro, colmandone i difetti messi in luce dalla crisi, e l'Unione europea sia ricondotta sul cammino della stabilità e della crescita.

Ieri, partecipando alla riunione del Consiglio Ecofin come Ministro dell'economia e delle finanze, sono stato invitato dalla Presidenza danese ad aprire la discussione sul semestre europeo e la richiesta a me rivolta è stata proprio di mostrare il caso italiano, come esempio che viene considerato già ora particolarmente significativo di una politica economica forte per il consolidamento di bilancio e per le riforme strutturali finalizzate alla crescita. E mi è riuscito naturale - rientrava nelle finalità della Presidenza danese - mostrare l'integrazione verticale di questo processo di politica, cioè il nesso strettissimo tra ciò che è condotto sul piano nazionale con il decreto-legge, da voi convertito in legge, con il decreto-legge sulle liberalizzazioni ed infrastrutture che proprio nel Senato verrà incardinato nei prossimi giorni, e ciò che è necessario fare a livello comunitario affinché queste politiche nazionali - che noi ed altri Paesi stiamo conducendo – abbiano successo e si riverberino nel modo più positivo a livello dell’intera Unione europea.

Consapevole dell'importanza di un tempestivo e trasparente dialogo con il Parlamento - ho avuto modo di riferire, al Senato lo scorso 14 dicembre e successivamente alla Camera dei deputati il 12 gennaio, sull'esito del Consiglio europeo dell'8-9 dicembre e sulla strategia ma anche sulla tattica che il Governo persegue nel confronto politico con gli altri partner europei.

Oggi vorrei con voi concentrarmi sui più recenti sviluppi e sulla preparazione del prossimo Consiglio europeo del 30 gennaio, alla luce delle mozioni che le forze politiche hanno presentato e che il Parlamento si appresta a votare. Quindi, insieme, stiamo compiendo un salto, perché se prima abbiamo sviluppato il dialogo tra Governo e Parlamento sulle grandi scadenze europee ex post, con questa seduta, onorevoli senatori, stiamo passando ad un dialogo ex ante, in cui proprio l'orientamento che voi darete al Governo potrà e dovrà essere da questo seguito.

Nelle ultime settimane il quadro europeo ha presentato elementi contrastanti in chiaroscuro. Da un lato, il quadro economico ha subito un aggravamento: a ciò hanno contribuito, da un lato, il risorgere di tensioni sui mercati finanziari a causa dell'incertezza relativa all'evoluzione dei negoziati tra la Grecia e imprenditori privati, dall'altro, la prospettiva di un'ulteriore decelerazione della crescita nelle economie europee. Si è aggiunto a questo il declassamento di un ampio numero di Stati della zona euro, inclusa l'Italia, compiuto dall'agenzia di rating Standard & Poor's. Queste tensioni si sono lentamente attenuate, come dimostra l'andamento discendente di questi ultimi giorni dello spread tra i tassi di interesse sui titoli di Stato italiani e sui bund tedeschi che, mentre arrivavo in Senato, questa mattina era peraltro oscillante.

Dal punto di vista politico, invece, le ultime settimane hanno registrato un'evoluzione in senso positivo di posizioni e di sensibilità che sembravano invece cristallizzate. In questo senso il Governo si è adoperato con un'azione ispirata a due direttrici: da un lato, sottolineare l'importanza di un'agenda europea che coniughi l'indispensabile attenzione al rigore finanziario con la crescita e lo sviluppo (con la stessa incisività su entrambi i fronti), dall'altro, ridurre il divario che rischia di crearsi tra i Paesi della zona euro e i Paesi che non ne sono membri, più in particolare tra i 26 Paesi che partecipano alla redazione del fiscal compact e il Regno Unito.

In questo senso negli ultimi giorni ho avuto, come credo sia noto, una serie di incontri bilaterali sia con i Presidenti delle Istituzioni europee (Consiglio e Commissione), i quali incoraggiano questa azione di esplorazione a beneficio di tutti da parte dell'Italia verso il Regno Unito, sia con singoli Capi di Stato e di Governo, come ad esempio la cancelliera Merkel, interessata ad essere tenuta informata su queste conversazioni italo-britanniche.

Il Regno Unito rappresenta solo una parte, anche se la più significativa, di quella fascia di Europa che fa parte dell'Unione europea ma non della zona euro. Ci sono anche altri Paesi, a cominciare dalla Polonia. Il primo ministro polacco Donald Tusk è venuto a Roma appositamente per sollecitare il nostro appoggio al tavolo del Consiglio europeo per l'aspirazione della Polonia, non ancora membro della zona euro, di sedersi al tavolo degli Euro Summit..

L'impressione che ho potuto trarre da questi incontri e dalle vicende degli ultimi giorni, è quella di un quadro in evoluzione in cui i contorni di una possibile via di uscita dalla grave crisi che ha colpito l'Europa cominciano a prendere forma. Alcuni tasselli del mosaico, lentamente, cominciano ad avvicinarsi al loro posto. Sono ovviamente a disposizione per rispondere ad eventuali domande di approfondimento.

Tre sono le componenti fondamentali di questo mosaico: il perfezionamento dei sistemi di disciplina delle finanze pubbliche, la definizione di una batteria di firewalls, cioè di strumenti di stabilizzazione utili per prevenire ed evitare il contagio finanziario tra Paesi, e il rilancio di politiche per la crescita e l'occupazione. Al di là delle diverse sensibilità che si riscontrano nei diversi Paesi europei a seconda della loro visione ideologica prevalente e della loro obiettiva condizione economico-finanziaria in un dato momento, questi tre elementi sono tessere di un mosaico che, per funzionare veramente, non può che essere unitario.

Innanzitutto la disciplina delle finanze pubbliche, poi i firewalls che possono essere mobilitati a favore di quei Paesi che ai stanno rapidamente muovendo verso la disciplina finanziaria ma che potrebbero incontrare difficoltà nei mercati, ed infine la crescita, per la quale pochissimo è stato fatto negli anni scorsi, e che è indispensabile per dare forma compiuta al mosaico europeo.

Sul primo aspetto, come è noto, l'elemento chiave è il negoziato in corso per la definizione di un fiscal compact, un Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell'Unione economica e monetaria. Il negoziato procede speditamente. La riunione dell'altro ieri dell'Eurogruppo, allargato agli altri Paesi, ha permesso di verificare l'esistenza di un consenso esteso per una rapida conclusione del Trattato. L'azione del Governo italiano in sede negoziale ha seguito e segue orientamenti che, benché allora non fossero oggetto di mozioni di indirizzo da parte del Parlamento italiano - in particolare secondo quanto negli ultimi due mesi il Ministro per gli affari europei ed il sottoscritto hanno potuto desumere sulle questioni europee dai dibattiti presso entrambi i rami del Parlamento - si ritrovano molto chiaramente auspicati nella mozione presentata per questa occasione dai Gruppi parlamentari che sostengono l'Esecutivo.

Gli orientamenti sono tre. In primo luogo, assicurare l'integrità e l'unitarietà del quadro istituzionale dell'Unione, anche con il successivo riassorbimento del nuovo Trattato in seno ai Trattati dell'Unione. In secondo luogo, evitare vincoli o limiti procedurali più rigidi o ulteriori sanzioni rispetto a quelli esistenti nel Patto di stabilità e di crescita, così come ammodernato nell'ambito del cosiddetto Six pack, che già fa parte dell'ordinamento giuridico dell'Unione europea. In terzo luogo, rafforzare il pilastro economico dell'Unione economica e monetaria con più credibili norme sul coordinamento delle politiche economiche e un maggiore accento sulla crescita.

In relazione a questi punti, vorrei dire qualche parola in più su un elemento che ritorna nel dibattito pubblico italiano e su alcuni elementi di novità delle negoziazioni. Il rientro dal debito pubblico da parte di uno Stato membro sottoposto a una procedura di deficit eccessivo dovrà avvenire ad un ritmo pari, all'anno, ad un ventesimo della differenza tra il debito pubblico in rapporto al PIL e il valore di riferimento di tale rapporto (che è il 60 per cento). Ciò, come noto, è un gravoso vincolo che tutti gli Stati membri hanno accettato all'unanimità, nel corso della primavera-estate del 2011. Non si tratta - quindi - di un vincolo nuovo che questo Governo avrebbe potuto discutere, accettare o non accettare, ma era un fatto acquisito. Nel nuovo testo la regola del ventesimo non si discosta dalla formulazione già prevista nella legislazione comunitaria, accettata e approvata dagli Stati membri, nel rispetto delle garanzie temporali e degli elementi di flessibilità per il quale il Governo precedente al nostro si era battuto, ottenendo soddisfazione rispetto ad alcuni fattori da tenere in considerazione. Ci muoviamo - quindi - in un quadro di assoluta continuità con le posizioni assunte dall'Italia in precedenza, per quanto riguarda questo nuovo Trattato.

Per quanto riguarda altri due aspetti di novità, l'Italia ha preso posizione in favore di una partecipazione degli Stati non euro ai Summit dei Capi di Stato e di Governo della zona euro. Su questo, l'altra sera, nell'Eurogruppo allargato, c'è stato un vivace dibattito e la posizione che ho espresso - eravamo a livello di Ministri dell'economia e delle finanze - è stata quella di assicurare - anche a nome del Capo del Governo nel caso dell'Italia - che il nostro Paese è d'accordo su questa posizione e favorevole alla partecipazione all'Euro Summit anche dei Capi di Stato o di Governo dei Paesi non ancora utilizzanti l'euro, a condizione che abbiano sottoscritto e ratificato il Trattato in corso di negoziazione e che non abbiano esercitato un opt-out dall'euro.

Ciò concretamente significa che, una volta finalizzato questo Trattato, se - come sembra probabile - il Regno Unito non lo sottoscriverà, non parteciperà ai lavori dell'Euro Summit; tutti gli altri Paesi che stanno lavorando con l'obiettivo di sottoscrivere e ratificare il Trattato, supponendo che effettivamente lo sottoscrivano e lo ratifichino, potranno partecipare all'Euro Summit ad eccezione di uno. Era un po' imbarazzante parlarne perché si tratta della Danimarca e l'attuale Presidente di turno è danese; tuttavia attualmente la Danimarca è in situazione di opt-out.

Quindi, l'idea semplice, che immagino condividiate, è quella che l'Eurozona abbia aspirazione ad essere una costruzione aperta; dunque, è comprensibile il desiderio che i Capi dei Paesi che, fra poco o tanto tempo, faranno parte dell'Eurozona possano partecipare ai dibattiti per la costruzione del futuro dell'Eurozona, ma coloro che hanno manifestato il desiderio di non farne parte in un modo o nell'altro non abbiano questo titolo.

Gli altri Paesi appartenenti all'Eurozona, tranne la Francia, condividono questa posizione, ma sono stati abbastanza taciturni nella discussione nell'Eurogruppo. Io sono stato molto chiaro e netto, anche per una finalità di politica estera e comunitaria, se posso così esprimermi: abbiamo interesse che si veda chiaramente che l'Italia, mentre da una parte viene considerata partner importante anche nel dialogo triangolare Francia-Germania-Italia, d'altra parte, opera e si batte affinché l'Unione europea e l'Eurozona siano costruzioni inclusive.

Per quanto riguarda gli strumenti di stabilizzazione, i firewalls, la posizione italiana è chiara: è necessario dotare il Fondo europeo di salvataggio finanziario e il futuro Fondo europeo di stabilità di risorse adeguate, di un appropriato coordinamento reciproco nel senso dell'addizionalità delle risorse, cioè che le risorse che non saranno utilizzate quando il Fondo di salvataggio finanziario si trasformerà nel Fondo europeo di stabilità vengano portate a costituire parte della dotazione del nuovo Fondo e la governance del Fondo possa effettivamente garantirne il funzionamento senza troppi vincoli e cavilli tali che ne impedirebbero l’azione in caso di necessità.

Ripeto che noto un'evoluzione positiva presso gli Stati membri. In questo caso, la posizione degli Stati membri più creditori e più solidi finanziariamente è naturalmente quella cruciale. Noto, dunque, una evoluzione positiva in Germania ed in altri Paesi di quel tipo.

Consentitemi di osservare che lavorando tutti insieme, Parlamento e Governo in continuità con l'azione intrapresa dai Governi precedenti, abbiamo intensificato l'opera che consente al resto dell'Eurozona di considerare l'Italia non più come possibile mina principale del sistema ma dal lato di coloro che, risanandosi all'interno, possono intellettualmente e politicamente contribuire a trovare soluzioni. Una evoluzione - che non può che essere lenta e graduale – che sta favorendo una posizione meno inflessibile per quanto riguarda le risorse finanziarie dei firewalls.

Signor Presidente, vorrei concludere su due aspetti che non sono del tutto estranei alla politica europea dell'Italia e di cui si vede eco in alcune delle mozioni presentate nell'odierno dibattito.

Ho sempre considerato non appropriato usare l'Europa come via di fuga rispetto a scelte di competenza dell'Italia che impongono un'assunzione di responsabilità da parte nostra. Allo stesso modo ritengo non corretto "esportare" in Europa polemiche e contese di casa nostra che non giovano all'immagine dell'Italia, ma che giovano invece alla propagazione di ingiustificati stereotipi su di noi.

Ieri la cancelliera Merkel ha espresso apprezzamento per alcune scelte dell'allora Presidente del Consiglio Berlusconi ed anche per la scelta attuale del partito, di cui Berlusconi è presidente, di sostenere gli sforzi di questo Governo, come in passato Capi di Stato e di Governo europei hanno pubblicamente condiviso l'operato degli Esecutivi italiani. In Europa, l'Italia può e deve presentarsi con la dignità che le spetta nella continuità dello Stato, che è un bene di tutti e di ciascuna forza politica.

Pertanto, il Governo riconosce il valore di una tradizione di rapporti in Europa e delle linee fondamentali di una storica politica del nostro Paese nei confronti della costruzione europea che non è proprietà di un Governo, e tanto meno di uno schieramento contro l'altro, ma è patrimonio del Parlamento, di tutti i Governi che si sono succeduti, dei partiti e di tutti noi italiani.

Rispetto al tema delle radici giudaico-cristiane, spesso e con fondamento associato a discussioni sulle linee di azione e di orientamento dell'Unione europea - anche se, a dire il vero, non ha alcuna attinenza con gli aspetti della politica europea oggi in discussione -, in Italia c'è piena consapevolezza della necessità di non strumentalizzare una questione così importante e di non tradurla in una polemica spicciola. Se si fa riferimento alle radici, all'etica, alla morale, non si può dimenticare la sfida che ci sta innanzi, di una visione, di un pensiero né forte né debole ma saggio e, vorrei dire, molto più che saggio, sapiente.

Ricordo - se mi è consentita una brevissima parentesi - un gruppo di ricerca al quale fui invitato a partecipare nel 2006-2007 come persona ritenuta esperta di affari europei. Era un gruppo di ricerca, promosso dal Comitato delle Conferenze episcopali europee con altre personalità cattoliche e laiche, che redasse un breve documento intitolato «I valori etici nella costruzione europea», che consegnammo al Papa in occasione del 50º anniversario del Trattato di Roma, il 25 marzo 2007. Quel breve documento ricorda che l'Unione europea incarna valori etici (che invece spesso sono stati assenti nelle politiche degli Stati nazionali) e che questo è molto più rilevante rispetto al chiedersi se la costruzione europea sia o no un esplicito riconoscimento a certe radici culturali nella costruzione europea (e ciascuno di noi, me compreso, può avere una preferenza affinché vi sia). Mi riferisco. Per esempio, in riferimento a princìpi di giustizia distributiva, che cosa c'è di più eticamente rilevante di una regola quale quella che assicura la parità di trattamento tra Stati grandi e piccoli, e che è alla base del metodo comunitario?

La disciplina delle politiche di bilancio, che spesso viviamo come una stretta camicia di forza finanziaria volta a costruire un'area di stabilità per la nostra moneta unica, non è forse mirante anche ad impedire a ogni Stato membro di fare quello che alcuni Stati membri hanno fatto in enorme misura nei passati decenni, cioè di soddisfare le esigenze del presente con spese pubbliche fortemente superiori alle entrate, creando disavanzo e debito pubblico, che è un fardello posto sulle spalle delle generazioni future?

Quindi è molto importante, rispettabile e da rispettare, la discussione di riconoscimenti espliciti di quali sono le radici culturali e religiose della costruzione europea; non prendo posizione su questo, non è certamente tema del dibattito odierno. Mi limito a sottoporre alla loro considerazione il fatto che certi princìpi cardine del funzionamento dell'Unione europea, che si traducono anche in norme che sono oggetto del dibattito odierno, come quelle economico-finanziarie, hanno in generale un fondamento etico che gli Stati nazionali (perché sono loro i costruttori dell'Unione europea) hanno avuto la saggezza di enunciare, di collocare in un punto del sistema che è più al riparo dalle pressioni politiche ed elettorali di breve periodo che è la costruzione europea, e che credo tutti dovremmo vedere come un valore, indipendentemente dalla visione che abbiamo sulle radici.

Scusatemi per questa forse troppo lunga esposizione. Il Parlamento, per tutte le ragioni tecniche e meno tecniche, politiche e civili che mi sono permesso di ricordarvi, sarà quindi ascoltato dal Governo, e soprattutto dall'Europa attraverso il Governo, e sarà da tutti riconosciuto e rispettato per la sua unità di intenti, di azione e di impegno.