24 Settembre 2012
ITALY – OECD International Conference on Structural Reforms in Italy
Grazie Presidente,
Signor Segretario Generale dell’OCSE,
Signor Vice Segretario Generale
Signor Presidente del CNEL,
Signori Ministri,
Signori Ambasciatori,
Signore e signori,
Sono molto lieto di poter aprire questa Conferenza sulle riforme strutturali in Italia, organizzata congiuntamente dal Governo italiano e dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico.
Dieci mesi fa, il 4 dicembre, in questa stessa sala polifunzionale che ci ospita oggi, il Governo ha tenuto la conferenza stampa di presentazione del Decreto Salva-Italia. Quel provvedimento, adottato 17 giorni dopo l’ingresso in carica del governo e nel momento più acuto della crisi finanziaria, è stato necessario per mettere in sicurezza i conti pubblici e rovesciare una deriva che stava portando il nostro Paese sempre più vicino a una situazione molto critica, in fondo alla quale vi sarebbero statate l’insolvenza del debito sovrano, l’incapacità di fare fronte ai pagamenti dello Stato, la perdita della sovranità economica e la cessione di fatto della responsabilità della politica economica a istituzioni sovranazionali, come il Fondo Monetario, la Banca Centrale Europea e la Commissione.
Proprio per le conseguenze che questo avrebbe avuto in Europa e nel mondo, l’Europa e il mondo avevano gli occhi puntati su quello che l’Italia avrebbe fatto.
A quel primo intervento che combinava rigore e misure per la crescita, sono seguiti altri interventi di riforme strutturali con i provvedimenti Cresci-Italia e Semplifica Italia, per le liberalizzazioni e l’efficienza dell’azione pubblica, la riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita, il primo Decreto Sviluppo per le imprese e le infrastrutture e la competitività, il disegno di legge delega in materia fiscale e la riprogrammazione dei fondi strutturali nel segno del Piano di Azione coesione.
Quell’esito drammatico che faceva da sfondo alla nostra azione negli ultimi mesi dell’anno scorso sembra oggi più lontano. Anzi, grazie all’azione di questi mesi, credo di poter dire, che l’Italia ha potuto togliersi dalla lista dei Paesi che erano una grave fonte di problemi per la stabilità dell’area euro e contribuire, insieme ad altri, a formulare politiche per una progressiva stabilizzazione della crisi e per riorientare l’azione dell’Unione Europea verso una maggiore attenzione alla crescita.
Abbiamo compiuto questo tratto di strada determinate per fare scelte nel breve periodo che guardassero a obiettivi di lungo periodo. L’essenza delle riforme strutturali sta in questo: uno scambio tra costi nel breve e benefici nel lungo periodo. E’ stata una scommessa sull’Italia, sulla sua capacità di reagire, di cambiare rotta e costruire un futuro con più crescita, più equità, più stabilità. Come ogni volta che si intraprende una nuova rotta, si avverte il bisogno ad un certo momento di fermarsi e verificare se abbiamo percorso un tratto sufficiente, se la direzione è quella giusta, e quanto manca ancora per raggiungere la meta che ci siamo prefissi.
E’ per questo che oggi sono particolarmente lieto di avere un momento di riflessione comune sullo stato delle riforme strutturali. Abbiamo voluto insieme con il Segretario Generale Gurria, che ringrazio anche personalmente per l’impulso, l’entusiasmo e la capacità critica e l’ incoraggiamento con cui segue gli Stati Membri dell’OCSE. Abbiamo voluto con lui quest’occasione come coronamento di una lunga e ricca collaborazione tra l’Italia e l’OCSE, che si è ulteriormente approfondita e arricchita in questi mesi.
L’OCSE ha una capacità riconosciuta di leggere e analizzare gli sviluppi delle economie dei suoi Stati Membri ed ha una vocazione a sostenere i riformatori, mettendo a loro disposizione la ricchezza del suo patrimonio di esperienze e di best practices. Devo dire che l’opera di riforma in ogni paese è difficile, anche perché incombe quel teorema di Junker pronunciato dal primo ministro lussemburghese, secondo il quale “chi fa le riforme strutturali fa il bene del suo paese, ma poi perde le elezioni”, teorema che è smentito prima di tutto dal suo autore, perché il primo ministro Junker, che ha ben governato il suo sia pur piccolo paese, è in carica dal 1995; in secondo luogo, perché ci sono stati altri casi di smentita del teorema di Junker; in terzo luogo perché, ancorché il teorema di Junker non possa applicarsi a noi perché non abbiamo una prospettiva elettorale, appare tuttavia che gli italiani - e questo come dicevo poco fa al Segretario Generale è il principale elemento conoscitivo di questi mesi- gli italiani, pur sottoposti a un trattamento molto incisivo e pesante di misure, stanno dimostrando, secondo il loro comportamento e secondo quello che dichiarano, di non essere particolarmente ostili a coloro che queste misure hanno dovuto, stavo dicendo infliggere, ma mi sembra eccessivo, hanno dovuto persuaderli che fossero nel loro interesse di lungo periodo.
E siccome l’OCSE è uno dei centri più acuti al mondo, per quanto riguarda lo studio della politica dell’economy of reforms, io confido che l’OCSE possa un giorno, esaminando questo periodo dell’economia italiana, trovare materiali che confortino la smentita ulteriore del teorema di Junker.
Poi lo sguardo dell’OCSE è un antidoto contro quella che si chiama la complacency, la tendenza naturale dei governi all’autosoddisfazione – è chiaro che noi siamo ancora ben lontani dal momento in cui potremo permetterci una complacency - ma è sempre bene pensare che ove mai sopravvenisse quel pensiero, ci sarebbe l’OCSE.
Insomma per tutti questi motivi lo spirito dell’incontro di oggi non è certo quello di fare una celebrazione o di dare un rating alle riforme. È un momento di confronto oggettivo su dati di fatto e in un’ottica non politica.
Ringrazio tutti i partecipanti al panel e i rappresentanti della Banca di Italia e del CNEL, a cominciare dal suo Presidente, che hanno accettato di prendere parte ai lavori.
Il Rapporto che l’OCSE presenta oggi è un rapporto originale ed equilibrato. Offre una fotografia nitida di un Paese che sta cambiando, che è in parte già cambiato e anche una fotografia che mette a nudo limiti e aspetti incompleti delle riforme.
Il sottotitolo del Rapporto Reviving Growth and Productivity offre una sintesi efficace del senso del documento. Il Rapporto dimostra che il primo passo per la crescita è mantenere una disciplina delle finanze pubbliche. Credo che l’OCSE non condividerebbe mai la tesi di alcuni “c’è una fase 1 per il rigore, una fase 2 per le riforme”. È troppo tardi iniziare le riforme in una fase 2, vanno iniziate in una fase 1; è troppo presto per abbandonare il rigore in una fase 2, o perché va mantenuto nella fase 2, nella fase 3, nella fase n di una politica economica.
I dati che abbiamo pubblicato la settimana scorsa, nella nota di aggiornamento del DEF, mostrano la durezza della recessione che stiamo vivendo, il dramma della disoccupazione e la lentezza con la quale nei primi mesi del prossimo anno torneremo a crescere. Il 2013 sarà un anno in crescita; attenzione quando vediamo, come nelle previsioni del governo, un meno 0,2% del Pil per il 2013 rispetto al 2012, questo sembra recessione, ma in corso d’anno quel meno 0,2% medio è previsto essere ottenuto con un profilo ascendente, non discendente. In questo senso, diciamo che prevediamo che il 2013 sarà un anno in crescita, anche se il motore della nostra economia si riavvierà lentamente, trattenuto dal peso del passato.
Questo è il percorso inevitabile di un sistema che ha dovuto assumere una cura drastica, dopo aver ignorato per anni i problemi, e che può riprendersi solo gradualmente, soprattutto se il contesto europeo e globale non è incline alla crescita - e qui c’è un altro punto, credo, di filosofia comune tra l’OCSE e noi, e cioè lo sforzo che in tutte le sedi facciamo, in particolare in quella europea, per orientare le politiche europee nel rispetto della stabilità verso una maggiore crescita che può derivare come deciso dal Consiglio Europeo di giugno da un growth compact al quale partecipino diversi paesi.
I sacrifici che stiamo affrontando insieme con le forze politiche, alle quali ancora una volta devo rendere omaggio, perché non è che sostenendo col voto le proposte del Governo non abbiano partecipato ad accollarsi una buona dose di impopolarità e che i cittadini hanno sopportato con responsabilità e consapevolezza, si giustificano solo se sono destinati a produrre frutti. Sotto questo profilo il Rapporto dell’OCSE offre una serie di ragioni di soddisfazione. Dimostra il Rapporto che l’indirizzo di politica economica adottato dal Governo ha seguito un’ impostazione che l’OCSE giudica corretta. L’azione realizzata in questi mesi potrà produrre nei prossimi dieci anni un aumento di 4 punti percentuali del PIL, como il nostro moderatore ha già enunciato. Il Rapporto inoltre getta luce particolarmente forte su un aspetto chiave per comprendere perché la nostra economia ha continuato a declinare nel decennio passato nonostante una modesta crescita dei salari, la dinamica della produttività e dei costi di lavoro.
Il Rapporto dimostra che, mentre nel decennio precedente alla crisi, la produttività relativa del lavoro è migliorata generalmente nei Paesi nostri competitori nell’area euro, in Italia è rimasta piatta. Questo andamento è stato generalizzato e ha colpito tutti i settori. Nonostante una stagnazione dei salari reali, e quindi giustamente il mondo del lavoro si lamenta, nonostante una stagnazione dei salari reali, l’Italia ha continuato a perdere competitività rispetto ai suoi partner, e quindi giustamente il mondo delle imprese e dei cittadini in generale si lamentano. La distanza tra noi e la Germania, la Francia o la Spagna si è progressivamente accresciuta. Non solo. Mentre dall’inizio della crisi le altre economie mediterranee e l’Irlanda hanno avviato un radicale aggiustamento dei loro costi unitari del lavoro per aumentare la produttività e la capacità di esportare, in Italia questa correzione non ha avuto luogo.
L’implicazione è chiara: se vogliamo uscire dalla crisi non basta guardare alla competitività del sistema Paese, cosa che il Governo sta cercando di migliorare con gli interventi sulle infrastrutture di semplificazione di miglioramento della Scuola dell’ Università e della Ricerca con l’instillazione di maggiore concorrenza nei mercati e via dicendo.
Bisogna anche guardare anche alla competitività delle imprese e all’aumento della produttività. Condivido l’allarme dell’OCSE e per questo abbiamo nelle settimane scorse, in particolare con il Ministro Passera, il Ministro Fornero qui presente e con altri colleghi, abbiamo nelle scorse settimane avviato un dialogo con le parti sociali per incoraggiarle a mettere questo tema “produttività” al centro dei loro negoziati sui rinnovi contrattuali e usare pienamente le opportunità offerte dagli accordi esistenti sulla contrattazione a livello aziendale. Il Governo è pronto ad esaminare come accompagnare i risultati che usciranno dal dialogo tra le parti sociali, alle quali chiedo di saper guardare, come hanno fatto in tante fasi delicatissime della vita italiana, in modo coraggioso e senza pregiudizi a questo tema.
Aumentare la produttività del nostro sistema delle imprese, accrescere la capacità di proiettarsi sui mercati anche extraeuropei, che sono quelli in espansione, sono le due leve che possono accelerare l’uscita dalla crisi. Proprio questi temi, Signor Segretario Generale, sono stati due giorni fa al centro dell’incontro tra il Governo e il Gruppo Fiat.
Anche su questo fronte il Governo è impegnato non a dare aiuti finanziari, ma a creare condizioni di contesto che consentano di salvaguardare la presenza industriale della Fiat in Italia e a valorizzarne il patrimonio di competenza nella ricerca, nell’innovazione a favore anche di tutta la filiera imponente dell’industria automobilistica italiana.
Quindi siccome abbiamo avuto con il Presidente e l’AD della Fiat un incontro lungo e approfondito veramente di analisi delle tendenze, delle prospettive di discussioni di strategie. Siccome l’incontro è stato lungo e non veniva da noi alimentato né da comunicati, né da twitter, né con altre lievi modalità di divulgazione, capisco che chi doveva pazientare fuori cinque ore ha fatto un po’ lavorare la fantasia - e in questo caso la fantasia in che direzione lavora, son stati chiesti aiuti, è stato chiesta Cassa Integrazione in deroga, tutte cose che non sono state chieste. Quindi incoraggio tutti quelli che seguono la materia a vedere l’esito dell’incontro come una scommessa. Ci sarà un grande impegno da entrambi le parti, perchè ciò che si è convenuto di desiderare trasformi in realtà, ma concessioni finanziarie non sono state chieste e se fossero state chieste non sarebbero state accolte.
Voglio arrivare alla conclusione sul tema più importante oggi e cioè “More to be done”, come ci dice l’OCSE. Dentro questa espressione ci sono molte cose. In primo luogo, c’è il tema delle condizioni necessarie perché quel 4% in più di crescita sia effettivamente realizzato. Il Rapporto sottolinea l’importanza dell’attuazione amministrativa delle riforme. Sono molti gli atti di normativa secondaria o amministrativa che devono essere adottati nei prossimi mesi perché alcune delle principali riforme diventino operative sul terreno. Questo è un aspetto tradizionalmente non abbastanza coltivato in Italia, dove vi è una attenzione forte al momento legislativo, minore a quello del follow up. Ma direi che anche nella vita degli individui e delle aziende in Italia siamo in genere più brillanti nell’escogitare la soluzione, nell’arrivare ai compromessi per deciderla e poi troviamo più appagante pensare al prossimo problema e alla prossima soluzione che assicurarci che la soluzione del precedente problema venga bullonata nel terreno con teutonica precisione e regolarità.
Non ci sono solo liberalizzazioni, mercato del lavoro ed innovazione tra i punti che il Rapporto OCSE consegna alla nostra riflessione. Il senso del rapporto è che il lavoro delle riforme, come anche noi cerchiamo di spiegare, è un never ending process. Dietro la debolezza dei conti pubblici, dietro il ritardo nell’aggiornare politiche essenziali come quelle della riforma delle pensioni, del mercato del lavoro o delle liberalizzazioni, all’insufficiente attenzione a educazione e innovazione, la crescita debole italiana deriva da ostacoli e fattori profondi che devono essere aggrediti in una nuova ondata di riforme.
E’ certamente interessante la constatazione che se le liberalizzazioni hanno portato l’Italia ad un grado di apertura di certi mercati simili o superiore alla media dei Paesi OCSE, gli ostacoli percepiti dalle imprese sono ancora rilevanti e spesso sono dovuti all’intreccio tra normative regionali e locali che creano un contesto pesante e complicato per gli operatori.
E’ inoltre certamente importante anche l’accento posto dall’OCSE sulla trasparenza e l’integrità del settore pubblico, dove il tasso di corruzione percepita nel nostro Paese appare significativamente superiore alla media OCSE. Per questo il Governo farà ogni sforzo, e in questo si va in salita non in discesa, data una certa inerzia comprensibile, ma non scusabile di taluni parti politiche perché il disegno di legge sul contrasto alla corruzione sia adottato definitivamente dal Parlamento. Questo sarà il pacchetto equilibrato sulla Giustizia, perché pensiamo che la logica per pacchetto vada adottata anche sui temi più delicati. L’Italia, ci dice il Rapporto OCSE, è uno tra i Paesi OCSE caratterizzati da maggiore immobilità sociale. Vi è una elevatissima probabilità per i figli di restare nella stessa categoria di retribuzione dei genitori, oltre che di restare nella stessa casa dei genitori per molti decenni e di restare nello stesso paese e di non avere sufficienti orizzonti e stimoli internazionali e di fare anche lo stesso lavoro, se lo trovano.
Questo si riflette anche sui livelli di istruzione e di accesso alla formazione superiore. E’ la fotografia di un Paese fermo, dove spesso sono le relazioni familiari -la famiglia ha un gradissimo valore etico, sociale e anche di rete di prenotazione nei momenti di difficoltà, ma evidentemente non può diventare un fattore di propulsione del figlio nella società perché questo dipende essenzialmente dalla capacità di propellere, la quale dipende a sua volta dallo status economico, sociale e geografico. Bisogna che non siano le relazioni familiari o l’appartenenza, piuttosto che il merito individuale, i fattori che determinano il successo o l’insuccesso nel raggiungere i propri obiettivi.
Il Rapporto ci sottolinea come questo sia non solo un fattore di iniquità e mancata coesione sociale, ma come esso sia anche rilevante sotto il profilo dell’efficienza e della capacità di crescere di un sistema. Per moltissimi aspetti non c’è un trade off tra equità e efficienza; certi interventi migliorano l’una e l’altra.
Nell’azione di questo governo abbiamo sempre cercato di tenere presente le esigenze dei giovani e degli outsiders con le misure di liberalizzazione, di sostegno alle start up e di rottura di barriere all’ingresso nelle professioni o ad esempio nel divieto di cumulo di cariche negli organi di gestione, sorveglianza e controllo delle imprese del credito delle assicurazioni e della finanza - siamo nel piano alto della gerarchia sociale ed economica, i grandi gruppi bancari assicurativi che molto a lungo hanno mantenuto interlocking directorates, che hanno avuto l’effetto di ottundere il grado di concorrenza tra imprese dalle quali ci si aspetta che concorrano se non fanno parte dello stesso gruppo - e la stampa internazionale ha molto osservato questo provvedimenti drastico preso già nel Salva-Italia e entrato in applicazione in aprile, e ricordo che la Cancelliera Merkel un giorno ha detto che “questo mi sembra un provvedimento che anche noi in Germania dovremmo adottare, perché abbiamo un sistema finanziario un po’ troppo cristallizzato”.
Insomma il Rapporto dell’OCSE è pieno di idee e di proposte nei prossimi mesi. E io vorrei dire che il Rapporto con l’OCSE è ancora più importante del Rapporto dell’OCSE: cioè il Rapporto è un preziosissimo documento per noi; il Rapporto con l’OCSE è un rapporto, come dire, l’OCSE è un grande fratello maggiore rispetto ai singoli stati Membri, ha un grazia nel porgere pari alla durezza che deriva dalla forza dell’analisi dei contenuti.
Son molto grato al suo Segretario Generale e a tutta l’Istituzione. Mi rallegro per il lavoro che fanno e grazie per il lavoro che fate con noi.