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Intervento alla cerimonia di commemorazione del 16 ottobre 1943 - deportazione degli ebrei romani

16 Ottobre 2012

Oggi siamo riuniti in un luogo fortemente evocativo per ricordare gli ebrei deportati e uccisi durante la seconda guerra mondiale.

Il 16 ottobre 1943 non riguarda però solo gli ebrei.

Quella razzia coinvolse tutta la città.

Oltre mille ebrei furono strappati alle loro case e poi condotti verso la morte, nei campi di sterminio. Cominciò un tempo di dolore per gli ebrei, quello della Shoah, in cui si vide il coraggio di parecchi romani, ma anche la viltà di quanti collaborarono con la razzia o vendettero gli ebrei ai tedeschi per denaro. Oggi, questo Largo 16 ottobre 1943 è luogo della memoria e simbolo di una città che non vuole dimenticare.

Roma ha vissuto, in quegli anni, la manifestazione di un antisemitismo violento, omicida, che ha travolto molti suoi abitanti. Oggi Roma - e con lei l’Italia - ricorda. La memoria non è una condizione accessoria della vita, ma è il modo per custodire la nostra storia e per trarre insegnamenti per il presente e, soprattutto, per il futuro. Per questo, anche dopo la scomparsa dell’ultimo testimone, noi non dimenticheremo! Vorrei rivolgere, insieme a voi, un pensiero riconoscente a Shlomo Venezia, un grande testimone che da poco ci ha lasciati.

Ormai da molto tempo, grazie alla Comunità Ebraica di Roma e alla Comunità di Sant’Egidio, la data del 16 ottobre è rientrata nella memoria cittadina: una memoria condivisa, che non riguarda solo gli ebrei ma tutti i romani, anche chi è romano da poco.

Noto con piacere la presenza qui questa sera di tanti italiani di adozione, accanto a tanti italiani di nascita: il vostro essere qui insieme – mi dicono siate oltre 4.000 - mi dà la certezza che sia possibile costruire un futuro “diverso”, in cui nessuno sia più considerato estraneo o nemico. Sappiamo che l’antisemitismo non è ancora debellato in Europa. L’attentato di Tolosa ce lo ricorda dolorosamente, e io oggi voglio dire alla comunità ebraica: non vi lasceremo soli.

Purtroppo la crisi economica rischia di avere ricadute sulla convivenza civile. Può far sorgere la tentazione di chiusure, di esclusione. Penso alle spinte xenofobe che vediamo emergere in alcuni movimenti politici europei o all’ostilità diffusa verso i rom. E ricordo quanto ancora oggi il genocidio di rom e sinti avvenuto durante il nazismo sia dimenticato. Vediamo ancora oggi nelle società europee troppo antagonismo, spinte violente, odi incomprensibili, pregiudizi difficili da debellare. E' intenzione del governo italiano portare i temi per sconfiggere i pregiudizi razziali in Europa e ai capi di Stato. Perché non possiamo permetterci che la costruzione e l'integrazione dell'Unione europea possa piombare nella disintegrazione e nella disgregazione. Per questo i fenomeni del razzismo e dell'antisemitismo vanno sorvegliati e combattuti per tempo. Altrimenti le fondamenta del magnifico edificio europeo verranno erose.

Fare memoria della persecuzione razzista negli anni della guerra vuol dire anche assumersi una responsabilità: combattere ogni forma di antisemitismo e di razzismo, e lavorare perché tutte le minoranze siano protette e non subiscano discriminazioni. L’Italia è un grande paese. A volte lo si dimentica. Anzi, forse troppo spesso lo si dimentica. Ma come grande paese deve essere in grado di garantire una vita dignitosa a tutti.

Oggi allora è l’occasione per rilanciare un patto di convivenza, un patto di integrazione sulla base delle libertà democratiche e dei diritti sanciti dalla nostra Costituzione. Anche per questo ho voluto che nel governo ci fosse un Ministro per l’Integrazione, il Prof. Andrea Riccardi, che saluto qui questa sera e ringrazio per il suo lavoro di questi mesi. E vicino a lui c’è un altro ministro, che si occupa di cose apparentemente diverse ma notate anche l’assonanza “integrazione – coesione” proprio in un momento in cui dobbiamo purtroppo affrontare sfide dure che non consentono dolcezza, è particolarmente importante che queste parole chiave, sentimenti chiave, obiettivi chiave, integrazione e coesione territoriale, siano così presenti e al centro dell’attenzione e del nostro impegno. E ringrazio i miei colleghi per questo.

La razzia del 16 ottobre 1943 è stata non soltanto il tentativo di eliminare la più antica comunità ebraica dell’Occidente, ma ha rappresentato la volontà di snaturare il carattere stesso della città di Roma, in cui la presenza ebraica è sempre stata importante, dal I secolo avanti Cristo fino ad oggi. Anche nei secoli passati gli ebrei avevano vissuto periodi di grandi difficoltà e di restrizioni, ma il 16 ottobre l’obiettivo era ben più radicale: la loro eliminazione.

Nei nove mesi dell’occupazione nazista di Roma, proprio nel momento della più feroce persecuzione, quando vi fu un’intensa, terribile, spietata caccia all’uomo, alla donna e al bambino come abbiamo sentito, si strinse nuovamente quel patto di cittadinanza stabilito nel Risorgimento con l’emancipazione delle minoranze religiose. In quel frangente, tanti romani non ebrei hanno offerto il loro aiuto ai perseguitati. Molti lo hanno fatto per un semplice istinto di umanità. Altri spinti dalla loro fede cristiana. Questa è una storia da ricordare, perché ci insegna che nelle difficoltà, anche nel momento più difficile nella vita di una città, il bene non viene mai ucciso. In ogni tempo, c’è qualcuno che sceglie di lottare contro il male, a favore del bene. È un insegnamento per ciascuno di noi: c’è sempre una scelta da compiere, anche oggi, in Italia, in Europa, nel mondo, e può essere una scelta per il bene.

Le ombre lunghe di quel 16 ottobre 1943, che non può essere compreso pienamente senza ricordare il 1938 e le ignobili leggi razziali, lambiscono anche il nostro tempo. È una storia che non passa, quella dell’antisemitismo omicida e della Shoah. La consapevolezza di quell’abisso è un dovere per tutti. Storia e memoria fondano la comunità civile, radicano l’esperienza ad un valore più forte della violenza e della barbarie, che è l’insopprimibile dignità di ogni persona.

Ancora oggi, dopo la Shoah, l’odio razziale assume la forma insidiosa della diffidenza e del disprezzo fino alla violenza. Contro la viltà e l’egoismo, anche nel nostro tempo, serve il coraggio della verità contro l’inganno, la menzogna, l’infamia.

Facciamo dunque nostre le parole di Primo Levi: “Chi nega Auschwitz è pronto a rifarla”.