23 Gennaio 2013
(fa fede il testo in inglese)
Signor Presidente della Confederazione Svizzera, Ueli Maurer
Mrs direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde
Presidente Sig. del World Economic Forum, Klaus Gentile,
Signore e signori,
È un grande privilegio per me prendere la parola in questa sessione plenaria e voglio ringraziare il World Economic Forum e il suo direttore, Klaus Schwab, per aver dato all'Italia un posto d'onore nel programma di quest'anno.
Non colgo questo gesto come una gentilezza per un premier uscente, ma piuttosto come un segno di interesse per le politiche di responsabilità fiscale, le riforme strutturali che l'Italia ha seguito lo scorso anno e per le scelte che dovrà fare per plasmare il suo futuro.
Innanzitutto, lasciatemi dire che le circostanze in cui mi rivolgo a voi oggi, sono molto diverse da quelle di 14 mesi fa, quando ho assunto l'incarico. In occasione dei miei primi incontri internazionali, ho ricordato le parole che aveva usato il primo ministro Alcide De Gasperi - il leader che ha guidato la ricostruzione dell’Italia nel dopoguerra - quando prese la parola alla Conferenza di Pace di Parigi dopo la seconda guerra mondiale: “Sento che tutto tranne la vostra personale cortesia è contro di me”.
Oggi, l'atmosfera intorno all'Italia è cambiata. Non soltanto sento la vostra personale cortesia. Sento che l'Italia ha riottenuto il rispetto e la fiducia nella sua capacità di riprendersi dalla crisi. Vedo un interesse concreto, nelle imprese e negli investitori, che l'Italia può offrire per la crescita economica e per l'innovazione.
Vedo un interesse molto concreto del mondo del business e vedo opportunità per gli investitori che l'Italia può offrire per la crescita economica e per l'innovazione. Ho potuto notarlo oggi qui parlando qui con la comunità degli investitori.
Credo che questo cambiamento sia una ricompensa per l'azione intrapresa dal governo, con il sostegno del Parlamento e, cosa più importante, soprattutto deve essere una ricompensa per tutti i cittadini italiani che nell’ultimo anno hanno capito il bisogno di cambiamento. Con il loro lavoro, con i loro sforzi, la loro determinazione di affrontare le difficoltà, hanno aiutato il Paese a voltare le spalle alla crisi e ad uscirne più forti. Oggi sono qui per rendere omaggio ai cittadini italiani, alla loro capacità di recupero, alla loro maturità. Voglio che gli italiani siano consapevoli del fatto che il loro contributo, in un momento difficile, non è stato tralasciato ma è stato importante per il miglioramento delle condizioni e delle percezioni dell’Unione Europea e dell’Eurozona.
L’Italia e l’Unione Europea sono due parti di una stessa realtà, e io non ho mai usato -negli ultimi quattordici mesi- l’argomento con i miei cittadini chiedendo loro dei sacrifici, dicendo loro: “Ci dispiace ma l’Unione Europea ce lo chiede”, ho sempre detto e lo ribadisco: “Noi dobbiamo fare questo nel nostro interesse e nell’interesse delle generazioni che verranno”. Ad ogni modo, un’Europa saggia lo raccomanda.
Partendo dal discorso inaugurale del Forum economico mondiale di quest'anno, voglio iniziare dal titolo: "Leading against the odds”. C’è una crisi finanziaria, che senza una maturità politica sarebbe potuta finire in tragedia. Io ho governato con la convinzione che la leadership è l'antitesi del breve termine. Il breve termine purtroppo esiste, sia nelle politica nazionali – e a livello globale temo- sia nella politica europea. Significa che l'Italia, nell’ultimo decennio, non ha sfruttato le opportunità della membership dell'eurozona per fare le riforme e raggiungere un rapporto debito/PIL più basso. Si è continuato a vivere nell’illusione che si potesse arrivare ad un cambiamento senza fare riforme vere. Questo è ciò che si può descrivere come ‘promettere delle riforme e finire con l’aumentare le tasse e il debito’. E con una crisi del debito pubblico.
L’Italia non ha colto le sfide della globalizzazione, del cambiamento demografico e dell'innovazione tecnologica. Ha scelto la politica dello status quo e della procrastinazione. Ha scelto l'illusione che, mentre il mondo stava cambiando, si poteva restare uguali. Il costo dell’inerzia, naturalmente è crollato sulle spalle dei nostri figli e dei nostri nipoti fino ad arrivare al momento della verità.
Abbiamo provato ad invertire questa tendenza di fare politica. L’ Italia ha, in 12 mesi, implementato quello che il World Economic Forum, - vorrei che venisse riconosciuto e vorrei rendere omaggio a Christine Lagarde per la sua leadership- e quello che lei ha chiamato “un’agenda ambiziosa e di ampio respiro per la stabilizzazione fiscale e la crescita”.
Abbiamo lavorato per affrontare profonde debolezze radicate, non abbiamo colto i frutti più in basso, ma abbiamo avuto mire più alte. Per esempio, nel settore delle liberalizzazioni, abbiamo introdotto la separazione del trasporto del gas dalla distribuzione del gas. Abbiamo abolito delle direzioni che ponevano ostacoli alla competitività. Abbiamo introdotto più libertà nel mercato al dettaglio, abbiamo creato più opportunità di lavoro per le professioni legali e per altri settori.
C'è ancora molto da fare, naturalmente. Ma i progressi non sono trascurabili.
L'OCSE ha stimato che queste riforme hanno reso il mercato italiano tanto aperto quanto lo è mediamente quello europeo, nonostante rimangano alcuni ostacoli a livello locale a livello regionale. Queste riforme dovrebbero portare una crescita addizionale del il 4% del Pil in un decennio. Si tratta di un dato macro-economico rilevante.
Le riforme strutturali sono importanti perché gettano le basi per la crescita futura ma anche perché portano più giustizia nell’economia. Il Presidente tedesco ha sottolineato la competitività a livello mondiale, le virtù della competitività, tante riforme in cui il nostro Paese si è imbattuto sono state pensate proprio per migliorare la competitività, per ridurre gli svantaggi di alcuni a scapito di altri; a scapito di quelli che sono più lontani e che naturalmente sono i giovani, i disoccupati e, sempre più frequentemente, i giovani disoccupati.
Sfortunatamente “pensare nel breve termine” esiste anche nella politica europea, ne ho visti degli esempi nella risposta iniziale dell’Unione Europea alla crisi, per esempio quando abbiamo insistito sul fatto che ogni Stato membro doveva sistemare i suoi squilibri fiscali e abbiamo fallito. Non abbiamo riconosciuto che la crisi aveva una componente sistemica. Questo rallentamento significa che la crisi alla fine è diventata una crisi di fiducia nella capacità dell’area euro di risolvere i suoi problemi da sola. E’ stata una battaglia importante, cruciale anche a livello politico - per esempio - convincere i miei colleghi, i capi di Governo dei paesi del Nord Europa, che naturalmente ciascuno doveva fare i suoi compiti come l’Italia stava cercando disperatamente di fare, disperatamente ma con speranze di successo. Ma nel momento in cui c’è poca fede dei mercati nell’Europa così com’era il caso un anno fa, allora non è sufficiente che ciascun Paese faccia i suoi compiti diligentemente, perché c’è una componente sistemica nella crisi, c’è un fattore di rischio intrinseco nell’Unione stessa e naturalmente è conseguente che questo si rifletta in maniera pesante su quei Paesi - come il mio Paese - che sebbene stessero facendo le cose giuste dovevano portare questo grande debito sulle spalle che era stato ereditato.
Quindi credo che sia stato un momento importante, che io ho sottolineato lo scorso giugno, quando il Consiglio europeo ha portato avanti una discussione e alcuni politici acconsentirono a una nuova gestione, a un nuovo approccio per affrontare la crisi.
Voglio lodare la leadership di Mario Draghi per la politica monetaria che ha portato avanti ma è comunque una credenza diffusa che se l’Italia non si fosse messa subito su un sentiero credibile di disciplina fiscale e riforme strutturali e se il Consiglio europeo, con l’insistenza dell’Italia in particolare, non avesse preso delle decisioni importanti sulla stabilizzazioni dei mercati finanziari sarebbe stato molto più difficile per la Banca centrale europea lanciare questo programma di politica monetaria. Qui vediamo l’interazione tra le politiche domestiche, la creazione delle politiche europee, e lo spazio per un’azione indipendente dalla Bce.
Ho anche visto la politica del breve termine quando abbiamo impiegato troppo tempo per riconoscere che, affinchè le riforme strutturali avessero successo, l’Europa doveva agire per sostenere l’attività economica e affrontare l’insicurezza dell’opinione pubblica vista la crisi e la mancanza di occupazione. Il mercato unico, il ruolo di investimenti pubblici produttivi, il bisogno di bilanciare il consolidamento fiscale e la crescita adesso sono al centro dell’agenda europea grazie anche alla pressione dall’Italia. E spero che tra due settimane i leader europei troveranno ancora una volta la leadership necessaria per accordarsi su una crescita giusta e sul budget dei prossimi sette anni dell’Unione Europea.
Naturalmente la leadership è messa bene alla prova nei momenti di crisi ma credo che sia possibile anche guidare contro i pronostici e le politiche che possono apparire molto impopolari, inevitabilmente impopolari, possono invece ottenere sostegno se sono ben spiegate, ben organizzate e se mostrano che lo sforzo per le riforme eviterà che solo dei gruppi specifici nella società vengano emarginati o trattati con svantaggio. Quindi le probabilità sono contro le riforme se il Governo non ha la visione e la forza di confrontare le richieste di interessi speciali di alcuni gruppi o categorie della società. Ho visto alcuni gruppi con interessi speciali resistere alle riforme: loro alla fine hanno preferito pagare più tasse piuttosto che accettare delle riforme che avrebbero aperto i mercati, perché questo minacciava particolari interessi. Gli interessi organizzati sono un ostacolo alle riforme, a volte la loro resistenza è mascherata dietro alcune scuse ideologiche che non vanno bene con le sfide di quindi dobbiamo essere chiari.
Gli interessi speciali non si trovano solo in Italia ma in tutta l’Unione Europea e alcuni sono diventati molto potenti negli ultimi anni. Il progetto del mercato unico, dopo il successo di vent’anni fa, ha perso sostegno e slancio. È per questo che l’anno scorso ho spinto perché ci fosse nuovo slancio verso il completamento del mercato singolo e sono d’accordo con il Primo Ministro britannico, Cameron, e cioè che la prosperità e la crescita devono essere la priorità per l’Europa.
Credo che avremo successo nel rendere l’Europa più innovativa più pronta alle sfide della globalizzazione se affrontiamo questa lotta insieme. Sono fiducioso che se ci deve essere un referendum, un giorno, i cittadini del Regno Unito decideranno di restare nell’Unione Europea per contribuire a formare il suo futuro. Credo che l’Unione europea non abbia bisogno di europei che non vogliono farne parte, abbiamo bisogno di europei che voglio l’Unione e credo che ci sia un vantaggio nell’immaginare come il Primo Ministro Cameron sta facendo – non voglio commentare altri aspetti del suo discorso di oggi con cui sono meno d’accordo – ma credo ci sia un vantaggio nell’idea di mettere alla fine il popolo davanti alla questione, alla domanda vera, non con domande marginali come “Vorresti mantenere la membership dell’unione europea ma accettare questo o quest’altro cambiamento del trattato”.
Certo la risposta sarebbe “no” come abbiamo visto in tanti paesi. Ma se si pone la domanda principale in modo diretto “Preferireste che il Regno Unito rimanga nell’Unione Europea o che lasci l’Unione Europea”, - non so cosa direbbero i cittadini britannici - ma sono fiducioso che tutti i benefici di questa decisione verrebbero fuori perché sarebbe nell’interesse di tutti.
Vorrei concludere spiegando perché sono fiducioso sul futuro dell’Italia. Oggi l’Italia è un Paese molto diverso rispetto all’anno scorso. Abbiamo preso delle decisioni difficili per rendere le nostre finanze di nuovo sostenibili, abbiamo i mezzi per raggiungere il pareggio di bilancio strutturale nel 2013 e continuiamo ad avere un surplus del 4% nel prossimo anno. Abbiamo fatto in modo che non si possa ripetere una crisi del genere l’anno prossimo, abbiamo cambiato la costituzione per introdurre la regola del pareggio di bilancio e siamo determinati a rispettare il fiscal compact. Abbiamo riformato il sistema pensionistico che adesso è considerato uno dei più sostenibili del mondo; abbiamo tagliato le spese pubbliche con due tranche di revisione della spesa risparmiando 11 miliardi di euro; abbiamo bilanciato il modo in cui le spese e l’aumento delle tasse incidono sul budget; abbiamo un programma per la dismissione di asset immobiliari pubblici.
Il messaggio è che il peso della riduzione del debito pubblico non può essere affidato solo all’aumento delle tasse. Abbiamo aumentato, nonostante l’impopolarità di alcune scelte ma non quelle più importanti, la lotta contro l’evasione fiscale, l’economia sommersa e la corruzione. Oggi l’Italia sta lottando contro la corruzione, una lotta che vorrei vedere ancora più forte in futuro. Abbiamo iniziato ad abbattere le relazioni tra politica e amministrazioni locali con standard più stringenti di trasparenza per le nomine, soprattutto nel settore pubblico come quello della sanità. È stato un anno di lunghe riforme che non inizierò neanche a menzionare perché sicuramente avrete colto il senso più ampio di quello che stiamo cercando di fare, ma bisogna fare ancora molto. Sapevamo che sarebbe stato difficile e che i risultati non sarebbero stati visibili se non prima di un anno. Sono fiducioso nel futuro dell’Italia perché vedo che la tendenza è stata invertita, perché lo spread è diminuito e c’è un surplus significativo. Gli investimenti e i capitali dall’estero stanno ritornando e la crescita riprenderà nella seconda metà dell’anno e sono fiducioso che nel prossimo World Economic Forum nell’indice della competitività la posizione dell’Italia migliorerà anche se questo dipende da noi, non da voi.
Il Futuro dell’Italia adesso è su una base stabile, nei prossimi mesi l’Italia non si guarderà più indietro continuerà a essere un partner attivo in Europa. Ma questo richiede delle azioni. È per questo che ho scelto di fare qualcosa che ho considerato contro la mia natura e che è probabilmente contro il mio interesse personale. Ho deciso di guidare un movimento di società civica alle prossime elezioni perché vedo la necessità di una nuova forma di politica, che vada oltre le vecchie coalizioni tradizionali. Ho lanciato un appello alle forze vive della società, di cui c’è una grande presenza in Italia, perché sostengano un’agenda di riforme. La sfida è che la meritocrazia deve essere ricompensata, che le possibilità siano a disposizione di tutti e accessibili a tutti.
Questa è l'essenza del mio impegno. Costruire un mercato sociale più competitivo in Italia e in Europa. È un’agenda ambiziosa, ma voglio ricordare le parole del professor Schwab e le cito “Tutti abbiamo una responsabilità sociale tremenda”. Quindi, è sì un’agenda ambiziosa ma tutti dobbiamo rendere conto al popolo del nostro Paese e io, lo devo al popolo italiano, soprattutto ai più fragili della società. Quelli che hanno pagato il prezzo intollerabile della disoccupazione – i nostri giovani soprattutto- il prezzo delle privazioni. Loro sono – e lo dobbiamo riconoscere – di gran lunga le vittime di governi che spesso non sono stati abbastanza forti nell’affrontare la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, dai gruppi di interesse alle le lobby, i manipolatori di mercati economici; sono le vittime di politici che spesso si sono impegnati in promesse elettorali non pensando al fatto che quelle promesse potessero essere mantenute o meno e troppo spesso hanno gravato sulla crisi perché erano troppo intenti alle azioni domestiche e hanno rifiutato la chiamata di un maggiore coordinamento politico a livello internazionale e hanno alimentato solo il nazionalismo e il populismo.