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Comitato nazionale per la bioetica

   
I Pareri del Comitato


Il suicidio degli adolescenti come problema bioetico
17 luglio 1998

1. In epoca classica il suicidio era una decisione tragica, volta alla tutela della dignità umana. Poi, per secoli, è stato considerato un peccato. Successivamente è divenuto un delitto, quindi una malattia. Ben presto tornerà ad essere considerato come una libera scelta. L'autouccisione è il "sigillo della libertà". Così, in una rapida, provocatoria (e ovviamente anche discutibile) sintesi, J. Fletcher (J. Fletcher, 1976) dice tutto quello che è essenziale sapere sulla storia "esterna" del suicidio, mettendo in evidenza come a suo avviso (e ad avviso di molti) i tempi siano ormai maturi per una definitiva archiviazione di questo tema come problema: l'avvento della "modernità" dovrebbe indurci a sciogliere definitivamente (se già non si dovesse ritenerlo sciolto) il plurisecolare dilemma sulla liceità del suicidio, riconducendo l'atto di autoaggressione mortale all'ambito - intangibile e per lo spirito moderno direi quasi sacro - della libertà della persona. Il diritto moderno - si sostiene - avrebbe precorso una volta tanto il sentimento morale - e si sarebbe già mosso in questa direzione, togliendo all'atto suicidario ogni carattere di illiceità.

All'etica dovrebbe restar da compiere l'ultimo passo, erodendo ogni residua illusione nel carattere di sacralità della vita ed affidando alla sola e insindacabile valutazione dei singoli viventi il giudizio sulla dignità (e quindi sulla meritorietà) della vita stessa. Dovrebbe conseguentemente seguirne, per gli studiosi di bioetica e, più in generale, per tutti coloro che percepiscono i problemi bioetici come centrali nel nostro tempo, una sorta di conventio ad excludendum: il problema del suicidio non dovrebbe avere alcuna rilevanza bioetica e alle continuamente riaffioranti domande angosciose al riguardo dovrebbe opporsi una ferma fin de non reçevoir.

2. Le cose, naturalmente, non sono così semplici, così come non è semplice ricostruire una "storia naturale" del suicidio (come tema bioetico o, più in generale, filosofico-morale). Si tratterebbe, secondo Fletcher, di una storia ciclica, in quanto che l'atto suicida apparirebbe rivendicato dai "moderni" secondo le tracce già segnate dagli "antichi": "Let us here endeavour to restore men to their native liberty... according to the sentiments of all the ancient philosophers" è infatti il motto dei celebre saggio On Suicide di David Hume. Una storia, a ben vedere, che però ciclica non è affatto, se solo si riflette su quanto sia diversa la libertà del suicidio per come era pensata dagli antichi, fondata cioè sul riconoscimento della superiore volontà del destino, da quella "moderna", tutta incentrata sul primato della soggettività: "Io lodo la mia morte, che giunge a me perché io la voglio" afferma lo Zarathustra di Nietzsche. In realtà, l'affermazione, ormai cosi diffusa, secondo cui il suicidio atterrebbe strutturalmente all'auto-disponibilità dell'uomo -e quella ad essa correlativa, secondo cui non esisterebbero argomenti filosofici (ma al più solo teologici) contro il suicidio- rappresentano un novum nella storia del pensiero, discutibile per ciò che attiene alle sue cause, sulle quali si potrebbero aprire analisi complesse, ma certamente indiscutibile come dato fenomenologicamente rilevabile. Ma proprio per questo motivo la valutazione corrente del suicidio acquista un valore, a suo modo, esemplare, che ne rende difficile la rimozione come problema etico: se nell'epoca moderna sempre più si diffonde un'immagine della persona come imperniata sulla libertà e se del concetto "moderno" di libertà fa parte integrante il suicidio come Freitod, come libertà di darsi la morte, la realtà dei suicidio diviene una pietra di paragone estremamente utile per saggiare quanto di autentico e di coerente si dia in questa stessa concettualizzazione.

Il tema del suicidio viene cosi a trabordare rispetto alle analisi che più frequentemente su di esso vengono condotte -quelle psico-sociologiche (Durkheim, Baechler)- e può arrivare a divenire in sé e per sé la più grande provocazione alla quale possa essere sottoposta l'etica contemporanea. Se infatti nel mondo classico la critica (o l'avallo) al suicidio erano interni ad un orizzonte di moralità ontologica, cui l'uomo era consapevole di appartenere, nel mondo contemporaneo l'avallo (o la critica) al suicidio mettono invece proprio in questione l'esistenza per l'uomo di un referente assiologico che sia altro da sé, col quale e sul quale in definitiva egli possa (o debba) misurarsi. Da tema tipicamente interno alla riflessione morale, il suicidio, come era stato perfettamente colto da Novalis (Novalis, 1954), assurge così alla dignità di tema che non è inadeguato definire ben più che morale, un tema "filosofico" (Der echte philosophische Akt ist Selbsttötung), perché in grado di mettere alla prova la possibilità stessa di un'etica in generale.

3. Il nostro approccio al tema non vuole porsi a queste altezze: vuole restare interno al piano dell'analisi bioetica. Appare però indubbio, dalle considerazioni fatte, che la bioetica, la cui competenza a gestire il tema del suicidio sembrava molto problematica, viene a riacquistare un proprio spazio. Perché la bioetica può ben accettare l'idea che un tema specifico possa non appartenerle, possa restare al di fuori dei propri orizzonti, ma non può accettare - pena la negazione di se stessa - l'idea della distruzione stessa dell'etica. Diviene quindi per la bioetica questione assolutamente essenziale appurare se la logica del suicidio, quella logica che investe nello stesso tempo il tema della libertà e il tema della vita, vada prioritariamente riferita più all'uno che all'altro. Questo è il cuore della questione.

4. Entro quali limiti si può accedere all'idea, tipicamente moderna, del suicidio come atto di libertà? Riteniamo lecito avanzare l'ipotesi secondo la quale la "modernità", nel costruire la sua immagine della persona, ha operato a carico di questa una continua (e inconsapevole?) riduzione. La libertà che del soggetto viene infatti predicata, la libertà che nello spirito della "modernità" è della persona il contrassegno più evidente (se non semplicemente l'unico) appare infatti una libertà vuota, diafana, non definibile nei suoi orientamenti, in definitiva priva di senso, non tanto perché assurda (secondo i vezzi di un certo esistenzialismo), quanto perché fin troppo banale: non dell'infinito delle possibilità vive la libertà, ma della scelta e dei limiti che essa induce. Ecco perché la libertà che la "modernità" predica della persona non l'arricchisce né la potenzia, ma la depaupera, la rimpiccolisce. E lo stesso nesso organico che viene istituito tra libertà e suicidio non può che generare il corto circuito intellettuale: se il segno dell' atto libero sta nel fatto che esso non possiede cause determinanti, come può questo esser detto propriamente dell'atto suicida? Sembrerebbe, anzi, non solo che il suicidio sia definibile come tale proprio in quanto ha una precisa causa psicologica intrinseca (altrimenti, come differenziarlo da una autouccisione involontaria?), ma che addirittura di cause il suicidio ne abbia fin troppe. "Sappiamo -scrive giustamente Starobinski (J. Starobinski, 1978)- che nella realtà è raro poter attribuire a una unica semplice causa i gesti suicidi. Essi sono sovradeterminati.

Il presente oppressivo (interpretato come oppressivo) e il passato mai dimenticato, le circostanze "esterne" e le disposizioni "interne", la scelta premeditata e gli impulsi improvvisi, si combinano tanto intimamente che è difficile, per chi sopravvive, pretendere di sapere perché un uomo si è ucciso". Sta dunque in ciò la libertà del suicida, nel fatto che non è facile determinare perché si sia ucciso? Ma un perché comunque deve esserci, altrimenti come parlare di suicidio? Ma se un perché dunque c'è ed è così forte da indurre il soggetto ad un'azione tale, come continuare a parlare di libertà in ordine al suicidio? In un modo o nell'altro sembra che siamo entrati in un circolo vizioso: se il suicidio è veramente tale e non un mero accidente mortale, esso deve porre in gioco la libertà del soggetto; pure l'appello alla libertà non risolve il problema del perché concreto di un suicidio, anzi questa necessaria ricerca del perché sembra comunque condurre al di là della libertà, in quell'ambito oscuro in cui il soggetto più non riesce a padroneggiare se stesso e trova la propria personalità schiacciata da impulsi che la sovrastano, la dominano, la rendono schiava... Se dunque la "modernità" insiste nel sottolineare il carattere libero del suicidio, essa deve proiettare questo atto in un' illuministica astrattezza, pretendendo che esso sia il frutto di una lucida, virile, pacata -e quindi assolutamente irreale- riflessione sulla vita, sciolta da ogni condizionamento occasionale; deve insomma teorizzare il suicidio per ciò che esattamente non è: un assoluto, freddo, non emozionale atto di coraggio.

Ma al riguardo sono indimenticabili le dure espressioni di Hegel (G.W.F. Hegel, 1831), quando osservava brutalmente che, se il suicidio implica coraggio, si tratta in realtà del coraggio di sarti e serve: non può cioè avere alcuna autenticità un atto che pretenda di impegnare unicamente l'intelletto, che non faccia tremar le vene e i polsi e che quindi in qualche modo - come aveva ben compreso Dostoevskij costruendo nei Demoni il personaggio di Kirillov - non assuma un rilievo esistenziale accecante, che giunga fino alla pretesa di parificare a Dio (il creatore!) l'uomo (l'unico essere capace di autodistruggersi, cioè di negare il progetto del proprio creatore). Chiudendo il saggio sul suicidio, Hume cita con compiacimento il detto di Plinio il vecchio, secondo cui la facoltà di suicidarsi sarebbe un vantaggio che rende l'uomo superiore agli stessi dei che non la possiedono: affermazione che più che apparire blasfema, suona grottesca, tanto è dimentica della carica di tragicità che il suicidio comporta.

Ma se su questa tragicità vuole appuntare lo sguardo, la "modernità" si mostra alla fin fine incapace di sopportarla, tanto è conturbante l'idea di quanto possa essere estremo il dolore che del suicidio è causa (sia pure non ultima). Di qui la tesi - peraltro antichissima anche se divenuta pressoché dominante solo nel nostro tempo- della malattia mentale che affliggerebbe ogni suicida e che sarebbe la causa determinante del suo atto (il più lucido teorico di questa posizione resta Spinoza: partendo dal principio che l'uomo è parte della natura e che non può patire mutamenti oltre quelli che possono essere intesi attraverso la sua sola natura egli ne deduce che coloro che si uccidono sono malati nell'animo e "completamente vinti da cause esterne ripugnanti allo loro natura").

Questa tesi da una parte va incontro al senso comune (che intuisce che il suicidio non è il frutto dell'imperturbabilità del saggio, ma delle lacerazioni interne dell'uomo privo di speranza), ma dall'altra previene ed elude domande inquietanti: come può esistere un dolore così grande da far desiderare all'uomo di rinunciare alla vita? Il depauperamento della persona continua cosi inesorabilmente la sua marcia: si giunge in tal modo a ritenere semplicemente inconcepibile che la sofferenza possa giungere all'estremo, senza obnubilare la mente dei soggetto. Posizione coerente con l'ideologia della felicità - un'ideologia non a caso del tutto moderna -, ma affatto aprioristica.

5. Non spetta alla bioetica sindacare l'atto di chi si suicida, non avrebbe alcuna possibilità di farlo, se non altro perché si tratterebbe comunque di un sindacato irrilevante sul piano empirico. Non per questo, però, alla bioetica è precluso un giudizio che abbia per oggetto non l'atto, ma il fenomeno. La bioetica può elaborare due osservazioni a carico del suicidio, l'una banale (ma non per questo priva di peso), l'altra forse meno ovvia, e di un certo rilievo.

5.1. La prima osservazione è la seguente. La bioetica assume a proprio dover essere la difesa della vita. Diversamente dalle prospettive idealistiche, che qualificano la vita biologica come mero fatto empirico (o addirittura come degradazione dello Spirito, come una sua fredda oggettivizzazione, povera di valenze assiologiche), la bioetica prende sul serio la realtà del bios e la fa assurgere a suo centro privilegiato di attenzione. Ogni attentato alla vita (e indubbiamente tale è il suicidio) attiva la riflessione bioetica. Anche se puntuali analisi casistiche giungessero a focalizzare ipotesi di liceità etica e bioetica dell'atto suicidario, resterebbe pur fermo che in una prospettiva bioetica generale tali ipotesi andrebbero qualificate non solo come eccezioni al principio generale della difesa della vita, ma come eccezioni comunque conturbanti, perché contraddittorie rispetto al principio costitutivo della bioetica stessa.

5.2.La seconda osservazione parte invece dalla percezione che il paradigma specifico all'interno del quale la bioetica legge il fenomeno "vita umana" possiede un irriducibile carattere relazionale. Ciò comporta l'estrema difficoltà di rilevare una qualche -anche se estrema- positività in un atto costitutivamente non relazionale come il suicidio. Il gesto suicidario è un gesto ultimativamente solitario, nel quale la morte prima ancora che fatto biologico acquista la valenza di una negazione della relazionalità. Ciò spiega come il turbamento che istintivamente proviamo nei confronti del suicidio, prima ancora che etico, sia dianoetico: prima cioè che riconoscere nell'atto del suicida un atto radicato nella volontà di un uomo, lo percepiamo come un atto riconducibile a ciò che prima ancora della volontà e del suo libero esercizio rende uomo l'uomo, cioè la sua partecipazione al bios. Ecco perché il suicidio è un ineludibile tema bioetico.

Non certo perché la riflessione bioetica possa avere in merito una rilevanza psico-sociologica: ma perché può dare alla psicologia, alla sociologia e più in generale all'etica e alla politica sociale le ragioni per un impegno anti-suicidario che queste discipline, affidate alle loro mere forze intrinseche, non potrebbero mai darsi. La bioetica sa come riformulare la questione del suicidio in chiave propriamente etica: il suicidio è ciò che non deve accadere, perché non deve accadere che la vita si rivolga contro se stessa, perché la vita è l' unico orizzonte comune di pensabilità del nostro essere reale, che sia affidato alla nostra comune responsabilità.

La complessità del tema lo rende al tempo stesso ineludibile e inesauribile. Affrontandolo, nella prospettiva bioetica che è l'unica che gli compete, il CNB è stato mosso dalla consapevolezza di adempiere ad un proprio dovere, ma nello stesso tempo non ha certo nutrito la pretesa di poterlo elaborare in modo compiuto e completamente soddisfacente. Le numerose interconnessioni che inevitabilmente si danno tra la riflessione bioetica sul suicidio e quella sulla bioetica in psichiatria (tema sul quale il CNB ha da tempo attivato un gruppo di lavoro, affidato alle cure del Prof. Michele Schiavone) hanno ulteriormente impegnato il Comitato in una riflessione difficile e molto articolata.

I materiali che in questo testo si offrono all'attenzione dei lettori costituiscono solo una piccola parte di quelli elaborati e discussi nelle nostre riunioni. E comunque, già dal titolo dato alle pagine di questo documento, si rende evidente come in esse l'attenzione del Comitato si sia focalizzata unicamente sul suicidio negli adolescenti: uno dei problemi più angosciosi -e più rimossi- del dibattito bioetico contemporaneo. Il Comitato ha infatti deciso, dopo adeguata riflessione, di separare, dalla più ampia riflessione sulla bioetica in psichiatria e sul suicidio in generale, le considerazioni che qui vengono presentate, sia perché si è ritenuto che possedessero una loro accettabile autonomia, sia per venire incontro, con la maggiore sollecitudine possibile, a una richiesta di riflessione che da più (e autorevoli) parti è pervenuta al CNB e che il CNB ha deciso di prendere in adeguata considerazione. Una volta presa la decisione di pubblicare in forma autonoma il presente documento, un gruppo di lavoro appositamente costituito ha demandato al proprio moderatore, il Prof. Lucio Pinkus, il compito di redigerne lo schema, chiedendo altresì al prof. Schiavone di elaborare un ulteriore e distinto schema di base per una riflessione generale sul suicidio come problema bioetico (riflessione che è al momento in fase di avanzata elaborazione e che ci si augura possa essere approvata e pubblicata al più presto). Lo schema elaborato dal Prof. Pinkus, cui hanno dato il loro prezioso contributo anche la Prof.ssa Gaddini ed il Prof. Nordio, è stato discusso, emendato e integrato in numerose riunioni di gruppo; portato infine all'attenzione del CNB, convocato in seduta plenaria, è stato definitivamente approvato, dopo ampie discussioni e ulteriori integrazioni, il 17 luglio 1998. Il Presidente Francesco D'Agostino.

Sintesi e raccomandazioni

Il CNB ha avuto modo di riflettere sul preoccupante progressivo incremento numerico di casi di adolescenti che tentano il suicidio.

Questa riflessione ha innanzi tutto richiesto al Comitato stesso di prendere atto dei cambiamenti rilevanti nella sensibilità collettiva e nella relativa valutazione morale del suicidio da parte dell'opinione pubblica.

Non è, infatti, irrilevante a parere del CNB l'esame delle ragioni che hanno indotto questo cambiamento, tra cui una diversa comprensione del rispetto per l'autonomia personale come pure dei processi di autodeterminazione. Questi rilievi vanno situati nel più ampio contesto dell'orizzonte culturale contemporaneo.

Contestualmente il CNB ha esaminato approfonditamente i fattori che intervengono nel processo di crescita adolescenziale e in particolare il ruolo della famiglia e delle agenzie di socializzazione, evidenziando quali processi sembrano incidere maggiormente sullo sviluppo morale dell'adolescente.

Queste considerazioni hanno permesso al Comitato di puntualizzare due nodi critici: il fatto che si dia per scontata la nozione di adultità e, pertanto, gli adulti non sono sempre consapevoli dell'importanza di essere, a questo livello, modelli di identificazione e non sono, di conseguenza, sufficientemente attenti a trasmettere con chiarezza l'esigenza di compiere opzioni morali fondate su valori esistenziali.

Il ruolo del suicidio degli adolescenti come spia di un più ampio disagio che non riguarda solo l'inevitabile costo del processo di emancipazione, ma coinvolge in maniera determinante la difficoltà, l'inadeguatezza e, talora, l'incapacità della nostra società a comunicare valori e significati esistenziali.

E' sulla base di questi due riferimenti chiave che il CNB ha anche preso in esame proposte e realizzazioni formulate sia a livello internazionale che nazionale per l'attuazione di politiche sociali che favoriscano un sano sviluppo dell'adolescenza e operino con efficacia la prevenzione del disagio adolescenziale.

Di queste proposte il Comitato ha ritenuto di presentarne alcune per il loro carattere innovativo (come ad esempio l'intervento su strada) tenendo conto delle sperimentazioni che stanno avvenendo in campo nazionale.

Se ogni società esprime il suo livello di competenza bioetica proprio nella sua capacità di trasmettere i valori, non c'è dubbio che tra questi l'amore per la vita occupi un posto unico e primario.

Il CNB, convinto che il suicidio degli adolescenti contiene, oltre ad una propria valenza bioetica anche l'importante indicazione di una grave crisi della società adulta proprio nella capacità e nella competenza a saper trasmettere l'amore per la vita e a fornire gli strumenti idonei per il formarsi di un'identità in grado di vivere con pienezza il cammino di autorealizzazione e di socializzazione, ha voluto presentare percorsi di riflessione e orientamenti più ampi.

Questi abbracciano sia la comprensione dell'adolescenza in genere che, più specificamente, di quella che si trova in situazioni di difficoltà, facendo proprie e raccomandando le diverse ipotesi di intervento suggerite dagli esperti, rafforzandole inoltre con la connotazione specifica di impegno etico che vi ha attribuito, sottolineando il possibile apporto, sovente non rilevato a sufficienza, degli operatori sanitari e dei pediatri.

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