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Comitato nazionale per la bioetica

   
I Pareri del Comitato


VIOLENZE, MEDIA E MINORI
25 maggio 2001

Presentazione

Il tema della violenza è stato affrontato dal Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB) nella prima riunione plenaria dopo il suo rinnovo, il 22 aprile 1999. Il prof. Sgreccia e altri membri del Comitato hanno presentato, in quella sede, un'ampia documentazione sulle forme attuali della violenza e sui problemi bioetici che ne derivano o che stanno alla base del fenomeno. E' apparso subito il rischio di genericità, che il CNB avrebbe corso affrontando un tema così ampio. D'altra parte, l'attenzione dell'opinione pubblica e degli specialisti si andava concentrando maggiormente sulla condizione dell'infanzia, intorno alla quale il CNB aveva già espresso diversi pareri quali: Trapianti di organi nell'infanzia (21.1.1994), Bioetica con l'infanzia (21.1.1994), Venire al mondo (15.12.1995), Infanzia e ambiente (18.7.1997).

Tale condizione è caratterizzata oggi da maggiori diritti e maggiori libertà, da opportunità mai conosciute nel passato, ma anche da condizionamenti e da forme di sfruttamento, indottrinamento e reificazione. E' difficile valutare se le violenze verso i minori sono cresciute, rispetto al passato, oppure sono soltanto più note e più evidenti. Comunque, oggi esse affiorano in modo esplicito nell'informazione, turbano in profondità la coscienza di molti e non possono essere trascurate nelle loro implicazioni morali. Esse mutano inoltre nella tipologia, negli agenti e nelle vittime. Infine, è apparso chiaro che tra le violenze reali e le violenze virtuali, quali sono raffigurate nei media, non esiste una linea netta di demarcazione bensì un intreccio e un reciproco sistema di influenze.

Per questi motivi, il CNB ha deciso di scegliere come tema il rapporto fra violenza, media e minori, e di costituire un gruppo ad hoc, che è stato coordinato dalla prof. Anna Oliverio Ferraris (assistita dalla dott. Mariella Caporale della segreteria scientifica del CNB) e formato dai colleghi Luisella Battaglia, Maria Caporale, Isabella Maria Coghi, Francesco D'Agostino, Gilda Ferrando, Laura Guidoni, Adriana Loreti Beghè, Luca Marini (in qualità di esperto esterno), Maria Eletta Martini, Giuseppe Savagnone, Elio Sgreccia, Silvia Vegetti Finzi, Tullia Zevi.

Il gruppo si è riunito più volte, a partire dal 24 settembre 1999, e sono subito affiorate due questioni. La prima ha riguardato la rilevanza bioetica dell'argomento; la seconda se fosse corretto intitolare il parere alla "violenza dei media sui minori". Questa formulazione è stata scartata perché avrebbe implicato un giudizio unilaterale sulla funzione dei moderni media, che come (e più) di ogni altro strumento possono avere utilizzazioni repressive o promozionali, distorcenti o liberatorie nei confronti dei minori.

La questione delle rilevanza bioetica dell'argomento è emersa con maggiore chiarezza, man mano che si procedeva all'esame dei contributi da parte dei membri del gruppo, e i lettori la potranno valutare dall'esame del testo conclusivo. La discussione ha evidenziato la complessità della questione e l'opportunità di esaminare i diversi aspetti dedicando ad essi una trattazione più specifica contenuta nei seguenti capitoli: i profili storici e psicologici della violenza sui minori; i bambini quali oggetto di cure e di violenze; la funzione dei media e dello spettacolo e le prospettive future; l'immagine dei minori nel diritto; la disciplina comunitaria in materia di media e minori; la legislazione nazionale; i codici di autoregolamentazione; la disciplina delle pubblicità in Internet.

Il documento, frutto della rielaborazione di questi contributi e dell'apporto di molti membri del Comitato, è stato portato in discussione all'attenzione dell'assemblea plenaria del CNB il 24 maggio 2001. Dopo le numerose osservazioni e i suggerimenti, in base ai quali il testo è stato modificato in più punti, esso è stato approvato all'unanimità nella seduta plenaria del 24 maggio 2001.

Roma, 25 maggio 2001
Prof. Giovanni Berlinguer

1. Profili storici e psicologici

Nel documento Bioetica con l'infanzia (22 gennaio 1994) del CNB la cultura infantile è stata indicata come tema centrale del dibattito bioetico per il suo interesse intrinseco e perché l'infanzia ha un ruolo fondamentale nella struttura delle dinamiche relazionali di una comunità.

Nel documento Infanzia e ambiente (18 luglio 1997) si denunciavano i rischi di una crescente difficoltà per le giovani generazioni di individuare valori positivi di riferimento come conseguenza del "rumore" informativo e del mancato controllo dei messaggi diffusi attraverso i nuovi canali dell'informatica e della comunicazione virtuale, e di una crescente indifferenza nei confronti della violenza, vissuta come gioco, un crescente disordine nelle conoscenze; si richiamava la necessità di sviluppare nei minori strumenti critici tali da porli al riparo da "suggestioni distorcenti". Anche la Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo stabilisce il primato dell'interesse dei minori. E' evidente che tale interesse debba essere promosso in relazione con quello dei genitori, della famiglia e con le vicende e le realtà sociali che caratterizzano la vita quotidiana di questi anni. E' necessario sapere impostare correttamente tali dinamiche relazionali, proprio a partire dall'inesperienza dei bambini e dalla dipendenza che essi hanno nei confronti degli adulti e del loro mondo. Tale dipendenza si verificava in passato sia nell'ambito delle figure di attaccamento tradizionali, sia delle relazioni sociali extra-familiari che interessavano il bambino: in genere si trattava di forme di dipendenza concreta, legate a dinamiche affettive relazionali con delle persone reali.

Con lo sviluppo dei media, di un mondo ricco di immagini e una fiction che prospetta realtà parallele, la dipendenza affettiva di molti bambini si è andata man mano spostando al di là dei rapporti concreti con gli adulti e gli altri bambini che li circondano. Si è così man mano venuta a stabilire una forma di dipendenza da messaggi che provengono dagli schermi, anche grazie alla capacità che il mondo multimediale esercita sulla mente infantile, suscettibile alla carica penetrante delle immagini che i bambini più piccoli assimilano, in tutto e per tutto, alla realtà concreta. Man mano si sono così verificate forme di dipendenza che vanno dalle dinamiche affettive - spesso sostitutive rispetto a quelle reali - a quelle connesse ai consumi, in quanto spot palesi o occulti generano una dipendenza nei piccoli spettatori che vengono gradualmente accompagnati nella crescita verso una visione del mondo essenzialmente consumistica.

La sensibilità nei confronti di queste nuove dipendenze è andata man mano aumentando grazie anche all'opera di sensibilizzazione degli psicologi, dei pedagogisti e dei sociologi tra cui esiste una crescente consapevolezza del ruolo che hanno i media nel determinare gusti, modelli di riferimento, mode, attese, desideri, acquisti. Com'è noto, la sensibilità generalizzata nei confronti dell'infanzia è maturata in epoca moderna grazie alle trasformazioni dello stile di vita, all'istruzione obbligatoria, alla nascita della pediatria e alle crescenti conoscenze in campo psicologico.

Nell'Europa dell'Ancien Régime gli atteggiamenti della maggior parte degli adulti verso i bambini non erano guidati da una razionalità pedagogica, né da una chiara consapevolezza delle esigenze dei bambini nelle varie età: ognuno agiva secondo l'intuito, la propria sensibilità personale e spesso sotto la pressione di problemi di sopravvivenza. Gli interventi degli adulti sui bambini potevano essere di tipo affettuoso, ma anche molto duri e rappresentare quindi un grosso rischio sia per la sopravivenza fisica del bambino che per un suo equilibrato sviluppo psichico. Molti neonati, soprattutto se illegittimi, venivano soppressi alla nascita o abbandonati. Altri non sopravvivevano alle malattie esantematiche, alle cattive condizioni igieniche e al baliatico. Il maltrattamento era diffuso così come le punizioni corporali e l'abitudine di spaventare i bambini a scopo disciplinare.

Come risulta dagli studi sull'infanzia nell'Ancien Régime, i più a rischio erano gli illegittimi, gli handicappati (frutto, si pensava, dei peccati dei loro genitori e accusati di stregoneria) e i trovatelli. Questi ultimi erano spesso sfruttati da chi li trovava e li allevava come schiavi, mendicanti e non di rado avviati precocemente alla prostituzione. Il destino di questi bambini era così tragico che quando Vicenzo de Paoli, nella Francia del XVII secolo, incominciò ad occuparsi di loro con iniziative caritatevoli, denunciò la situazione usando l'espressione "strage degli innocenti". Da allora la riflessione sulle forme di sfruttamento e violenza cui erano sottoposti i bambini è andata gradualmente sviluppandosi nel mondo occidentale, sia pure con sensibilità diverse da Paese a Paese.

Le analisi sulla condizione dell'infanzia nella rivoluzione industriale descritte da Charles Dickens hanno ad esempio preceduto quelle che hanno avuto luogo in Italia ai primi del Novecento o quelle che hanno interessato la condizione dell'infanzia in Sicilia intorno (ad esempio, i minatori bambini nelle solfatare) agli anni Cinquanta del secolo scorso. Sia pure attraverso una distribuzione geografica a pelle di leopardo in Europa si è man mano affermato il concetto che l'infanzia va protetta anche da forme di dipendenza psicologica, considerate alla stregua di altre forme di violenza fisica: per esempio, gli atteggiamenti di paesi ad alto benessere come la Svezia sono ben diversi rispetto a quelli di altri paesi europei come la Turchia in cui il lavoro minorile è ancora una realtà nell'ambito di un quadro economico e di livelli di benessere ancora arretrati.

Oggi, l'attenzione per l'infanzia ha varcato i confini dell'Occidente ed esiste una continua pressione non soltanto contro forme di schiavitù che riguardano alcuni paesi africani, ma anche contro forme di sfruttamento minorile frequenti in Asia e di altre forme di violenza concreta e psicologica. Già all'inizio degli anni Ottanta la psicopedagogista americana Mary Winn notava come nella società occidentale stesse finendo l'era della protezione dell'infanzia, inaugurata da Rousseau, e si stesse invece entrando nell'era dell'iniziazione. <> scriveva la Winn <> (Bambini senza infanzia. Armando, 1981).

Per motivi diversi molti bambini sono indotti a crescere in fretta. L'età della prima mestruazione si è abbassata nei paesi occidentali e molti bambini e bambine vengono precocemente in contatto con tematiche come i rapporti di coppia, il sesso, le violenze e realtà come il consumismo, i modelli proposti dai media. Per i bambini del Terzo Mondo e immigrati in occidente, la spinta a crescere in fretta è invece dovuta ad altri fattori quali la povertà, gli stress ambientali, l'immissione precoce nel mondo del lavoro e a volte in quello dei conflitti bellici. I bambini risentono del tipo di ambiente in cui vivono e rispondono alle sollecitazioni che ricevono, al tempo stesso però i tempi di crescita del loro sistema nervoso e in particolare del cervello continuano ad essere scanditi dai tempi biologici. Il cervello finisce di crescere intorno ai 18-20 anni.

Le ricerche effettuate in ragazzi tra i 12 e i 20 anni dimostrano, ad esempio, che la corteccia frontale, da cui dipendono la pianificazione e l'organizzazione di molti comportamenti, la regolazione dell'emotività e l'inibizione di risposte "non appropriate", matura molto più lentamente di altre aree della corteccia cerebrale. Analoga lentezza si verifica anche a livello dei gangli della base (come il corpo striato), strutture nervose che sono fortemente coinvolte nell'apprendimento di eventi ricorrenti - come alcune "regole" o generalizzazioni - , nell'emozione, nella motivazione. In sostanza, la maggior età cerebrale è abbastanza tardiva, spesso oltre i 18 anni. Bruciare le tappe della crescita biologica può essere visto come un vantaggio da coloro che vogliono potenziare il rendimento dei bambini, ci sono però anche dei rischi relativi ad uno sviluppo armonico della personalità dell'individuo. Uno degli errori che viene spesso fatto è quello di confondere intelligenza e apprendimento con maturità. I bambini sono intelligenti, nel senso che sono curiosi e aperti al mondo e possono imparare rapidamente: sono capaci di assorbire molte informazioni, di imitare i comportamenti degli adulti; ciò però non significa che siano maturi. La maturità implica esperienza, riflessione, cultura.

Un altro aspetto che non viene abbastanza considerato riguarda la maturazione emotiva che non coincide necessariamente con quella cognitiva: a volte ansia, paura, insicurezza sono dovute proprio al fatto che il bambino capisce più di quanto non possa tollerare sul piano emotivo.

2. Bambini: oggetto di cure e di violenze

L'infanzia è oggi segno di contraddizione. Da una parte assistiamo, molto più che nel passato, ad un crescendo di interesse ed attenzione nei confronti dell'universo infantile; i bambini sono fatti oggetto delle cure e della riflessione, del desiderio del mondo adulto, vengono assunti come destinatari privilegiati di specifiche convenzioni internazionali, in nome della tutela di diritti fondamentali quali la vita, la salute, l'integrità fisica e psichica del soggetto (vedi CNB, Infanzia e ambiente, 18 luglio 1997); dall'altra si moltiplicano gli abusi e le violenze nei confronti dell'infanzia. Troppi bambini sono ancora vittime di forme di sfruttamento di diversa gravità: dal lavoro minorile (giovani immigrati che lavorano clandestinamente come operai; bimbi che compaiono in spot pubblicitari o in programmi televisivi che li strumentalizzano) allo sfruttamento sessuale (in famiglia o all'esterno come nel caso del turismo sessuale pedofilo organizzato in paesi del Terzo mondo o come in un recente caso accaduto a Roma in cui oltre un centinaio di bambini sarebbero stati adescati dal sedicente "Fronte di liberazione dei pedofili") al loro utilizzo come soldati, in alcuni paesi in guerra. Queste forme di sfruttamento, precoci e gravi, danneggiano quasi sempre in modo irreversibile, sul piano psicologico e fisico, i soggetti che ne sono oggetto.

Per quanto riguarda il fenomeno della pedofilia organizzata nei paesi del Terzo Mondo il primo Congresso mondiale contro lo sfruttamento sessuale dei bambini tenutosi a Stoccolma (27-31 agosto 1996) ha fornito le seguenti allarmanti cifre: 500.000 bambini in India e in Cina 400.000 in Thailandia 60.000 nelle Filippine 30.000in Sri Lanka 10.000 in Bangladesh altri e altre giovanissime prostitute e prostituti sono nell'America del Sud (Brasile, Colombia, Perù) e in Europa (soprattutto nei paesi dell'Est). E' noto che la maggior parte dei bambini che vengono sfruttati sessualmente muoiono in giovane età a causa delle infezioni e delle stressanti condizioni di vita.

Accanto a forme tanto clamorose di violenza psicofisica ve ne sono altre che si configurano nelle forme dell'esposizione alla violenza, della trascuratezza, dell'abbandono, dello sfruttamento commerciale, di gravi restrizioni di quelle che sono le normali esigenze di movimento e di gioco della crescita. A generare queste forme di violenza - di maggiore o minore intensità, di maggiore o minore visibilità - contribuisce, oggi, sia l'ambiente concreto di vita che, in una certa misura, gli spazi virtuali dei media di massa. Per quanto riguarda il primo, molti bambini oggi crescono in quartieri e famiglie violente, dove fin da piccoli si abituano all'illegalità, ai modi della criminalità spontanea e alle regole di quella organizzata. Questi quartieri sono spesso in stato di abbandono, privi di strutture aggreganti, di spazi in cui i più piccoli possano incontrarsi e giocare senza dover temere assalti o prepotenze.

L'esposizione quotidiana, nell'infanzia, allo squallore di edifici antiestetici e decadenti, alla violenza urbana, a forme di criminalità estemporanea dirette o indirette, all'inciviltà e all'inquinamento non soltanto chimico ma anche sonoro, ha una serie di conseguenze negative che sono state studiate e descritte: produce nei bambini uno stato di disagio emotivo generalizzato; non consente il formarsi di relazioni sociali esterne alla famiglia basate sulla reciproca fiducia; favorisce i comportamenti aggressivi (bullismo); induce problemi scolastici; genera sintomi psicosomatici diversi, ad esempio uno stato di fatica cronica frutto dello stress. I bambini sono infatti attrezzati per far fronte alle situazioni di emergenza, ma se l'emergenza diventa cronica, la loro capacità di resistenza è messa a dura prova. Essi inoltre imparano gli stessi comportamenti devianti dei ragazzi più grandi e degli adulti.

3. Migliorare le condizioni di vita

Migliorare le condizioni concrete di vita è un primo indispensabile passo nella direzione della prevenzione del crimine, dell'abbandono scolastico, degli abusi verso i minori e un punto di partenza per dare a questi ultimi la possibilità di crescere in un clima di sereno sostegno. I bambini devono essere considerati i segnalatori del disagio di una società, comunità o aggregato umano che dir si voglia. Un'attenzione alle loro specifiche esigenze si traduce, infatti, in un vantaggio anche per giovani, adulti e anziani. Prendiamo il caso dell'inquinamento atmosferico. E' stato dimostrato che i bambini sono più suscettibili degli adulti agli effetti dell'inquinamento chimico. Stabilire delle regole sul controllo dei livelli di inquinamento cittadino che siano consone alle esigenze fisiche dei minori, si trasforma automaticamente in un beneficio per tutta quanta la popolazione. In maniera simile anche al disagio psicologico dei bambini si può guardare ad una forma di indicatore dei problemi della struttura sociale: spesso i disadattamenti dei bambini ci parlano di un'organizzazione familiare complessa, di una scuola che potrebbe essere migliorata, di strutture sociali carenti, di mancanza di spazi che rispondano alle necessità del gioco e dello sviluppo.

Per crescere, integrarsi nella società, sviluppare una fiducia di base, soddisfare le numerose curiosità e poter poi diventare, in ultima analisi, dei cittadini consapevoli e interessati al benessere della comunità, i bambini hanno bisogno di fare, nel corso di tutta l'infanzia, esperienze dirette e concrete in ambienti sufficientemente sereni e accoglienti (né minacciosi né iperprotettivi). Devono anche poter giocare con altri bambini e muoversi negli spazi del loro quartiere, città o paese, con relativa tranquillità. Essi hanno bisogno di zone verdi, di spazi gioco, di piste ciclabili, di piazze libere dal traffico e anche di strutture-giochi ad accesso libero con cui poter fare tutte quelle attività psicofisiche di cui hanno bisogno per esplorare, risolvere problemi, sviluppare iniziativa, coraggio, fantasia e per socializzare con bambini di età diverse. E' compito degli adulti creare ambienti urbani in cui tutto ciò sia possibile: in alcuni casi si tratterà di recuperare spazi un tempo frequentati dai bambini, in altri di crearne di nuovi. La scuola può essere in molti casi un punto di riferimento e di aggregazione, il luogo anche in cui si organizzano viaggi e visite a scopo sociale e culturale. Gli studi sulle personalità creative mostrano che le potenzialità intellettive e i talenti individuali non si esprimono comunque e dovunque, ma soltanto in contesti familiari e sociali con determinate e ricorrenti caratteristiche: poter disporre di buoni maestri ed entrare in contatto con gli aspetti più avanzati della cultura del presente e del passato sono due condizioni irrinunciabili.

4. Il ruolo dei mass media e dello spettacolo

Che i bambini di oggi vengano a contatto col mondo dei mass media e con le diverse realtà virtuali create dai videogiochi, da Internet e dai fumetti è un fatto normale. Questo mondo parallelo è stimolante, non deve però essere così invasivo da sostituire le esperienze che i bambini - soprattutto i più piccoli - devono fare, in primo luogo, nel mondo reale. Bisogna anche considerare l'impatto che una sovraesposizione può avere sulle loro menti, quando non sono ancora in grado di distinguere la realtà dall'invenzione, il vero dal verosimile e sono privi di quella maturità che consente di inquadrare e valutare messaggi di origine diversa e spesso in contrasto tra loro. Né vanno sottovalutati i rischi per quei soggetti cosiddetti fotosensibili che, in seguito a determinati stimoli visivi, vengono colti da crisi convulsive. Di fronte agli stessi stimoli (movimenti a scatti e veloci, lampi, luci intermittenti), altri bambini, non predisposti agli attacchi epilettici, possono accusare vertigini, sensazioni di nausea e affaticamento.

Oggi molti cercano di vendere ai bambini dei prodotti e per raggiungere questo obiettivo utilizzano ogni genere di spettacolo, senza preoccuparsi di quelle che sono le esigenze di crescita nei diversi stadi dello sviluppo e le differenze individuali. Nel campo dei videogiochi, ad esempio, con la scusa che "la violenza è il mezzo per attrarre il giocatore e non il fine" viene inviato ogni tipo di messaggio. Ecco, a titolo d'esempio, alcuni brani tratti dalla rivista Play Station Magazine, una vetrina significativa dell'universo dei video-giochi, delle cui novità fornisce mensilmente un panorama: "Nel Grand Theft Auto il vostro scopo è quello di ritagliarvi il vostro spazio ai vertici del mondo sotterraneo del crimine metropolitano, guadagnando sempre più potere, infamia, rispetto e ovviamente danaro, scrivendo il vostro nome sulle pagine della storia del crimine… Consegnare un carico di droga o di denaro sporco, contrabbandare, effettuare rapimenti e distruggere edifici sono solo alcune delle tante missioni (più di duecento) che vi consentiranno di aumentare il punteggio... In pratica se fate qualcosa di immorale, illegale o semplicemente cattivo, sarete ricompensati adeguatamente. In Residente Evil "rottami d'auto e orribili cadaveri putrefatti ingombrano le strade, le fiamme lambiscono gli edifici. Le immagini raccapriccianti di corpi dilaniati, le cui gambe continuano a camminare verso lo schermo, mentre il tronco procede trascinandosi per terra, si susseguono con un ritmo incalzante che risucchia il giocatore in un gioco terrificante che dura dalle 10 alle 15 ore."

L'ultimo prodotto in fatto di videogiochi violenti è Hitman, che insegna ad "uccidere il proprio padre" con un colpo ben assestato. C'è chi sostiene che questo tipo di giochi è innocuo (i messaggi vanno letti in chiave metaforica, non letterale) e ha un potere catartico. In realtà il problema di questi videogiochi, al di là delle scene violente e dei messaggi distruttivi che veicolano (che non tutti i giocatori leggono in chiave metaforica), sta soprattutto nel fatto che il giocatore, immerso totalmente e per ore intere in una dimensione fantastica (negli ultimi videogiochi il giocatore è immerso in uno spazio 3-D e può "muoversi" a 360°), vive una sensazione di inebriante e assoluta libertà di movimento che si traduce in un senso di onnipotenza e di totale impunità: le iniziative violente e le scelte criminali del giocatore non vengono mai punite ma sempre premiate. Inoltre chi gioca è assolutamente al sicuro da ogni aggressione reale e ciò alimenta la divisione corpo-mente e la irresponsabilità delle proprie azioni. I videogiochi non sono certo all'origine delle violenze nel mondo reale ma possono, con la filosofia sottesa alle loro storie (non mostrando le conseguenze reali, non dando la possibilità di fare scelte diverse), legittimarla, creare cioè un clima psicologico favorevole alle violenze e deresponsabilizzante nei confronti degli atti aggressivi. Va anche ricordato che la violenza di uno spettacolo non risiede soltanto nel contenuto della storia, ma anche nelle modalità tecniche con cui la storia viene realizzata: inquadrature e sequenze molto brevi, movimenti rapidissimi, lampi, esplosioni, rumori minacciosi e musiche incalzanti, colori che cambiano in continuazione ecc. creano uno stato di ipereccitazione del giovane spettatore che può cercare successivamente uno sfogo nell'atto aggressivo o violento. Ciò non significa che tutti i videogiochi siano violenti; molti sono originali e intelligenti, non fanno ricorso alla violenza, sia nel contenuto che nella modalità espressiva e stimolano la fantasia e le capacità cognitive. Sono anche stati progettati nuovi giochi real time 3-D con messaggi diversi, in cui, ad esempio, si pone il giocatore davanti ad alternative: scelte responsabili o scelte devianti o asociali. Chi gioca subisce e vede poi le conseguenze delle proprie decisioni. Oggi i bambini vedono moltissime scene di violenza in televisione, sia nei cartoni animati che nei film, nei telegiornali e nei programmi di attualità.

La violenza, come il sesso e il dolore, viene utilizzata in eccesso da registi e programmatori perché attira l'attenzione degli spettatori e fa audience. E' noto che i gestori delle tv sfruttano in vari modi l'emotività del pubblico a fini commerciali. Si è discusso molto sugli effetti che questo uso eccessivo e strumentale della violenza può avere su delle menti in formazione.

Quarant'anni di ricerche (nel '71 gli studi fatti sul rapporto bambini televisione erano 550, nel '90 il numero era già salito a 3.000) portano a concludere che l'esposizione ripetuta ad elevati livelli di violenza insegna ad alcuni bambini e adolescenti ad affrontare le divergenze di opinione e le differenze interpersonali con la violenza, mentre ad altri, la maggioranza, insegna l'indifferenza di fronte alle soluzioni violente. Sotto l'influenza dei media, bambini sempre più giovani imparano ad usare la violenza come prima alternativa nella soluzione dei conflitti, invece che come ultima. Altri invece, ormai desensibilizzati, trovano "normali" anche violenze efferate di fronte a cui restano impassibili.

I bambini più a rischio sono, in base ai risultati ottenuti da diversi studi, quelli che in media trascorrono tre o quattro ore al giorno davanti al piccolo schermo. Esiste infatti un effetto cumulativo (che generalmente viene ignorato dai Garanti che si concentrano invece sulla "nocività" del singolo prodotto) che fa sentire i propri effetti nel tempo. Naturalmente, gli spettacoli violenti non uccidono la gente, possono però incoraggiare i comportamenti antisociali fornendo idee, modelli e a volte anche "istruzioni per l'uso" molto precise. Gli effetti dei media non sono insignificanti. E' ben noto e documentato, ad esempio, l'effetto imitazione che suscita il suicidio di una celebrità dello spettacolo. A distanza di anni, il suicidio di Kurt Cobain (avvenuto nel 1994), rock star del gruppo dei Nirvana, viene ancora imitato da alcuni suoi fans. Analogamente, nel 1978 il film sul Vietnam Il cacciatore in cui la nota star americana Robert De Niro recitava una scena di ruolette russa, portò nel giro di pochi giorni alla morte di ventisei persone che, come altri più fortunati, avevano ripetuto quel gioco nella realtà. Più di recente, versi delle canzoni di Marilyn Manson, (cantante pop satanico noto per messaggi quali "uccidi i tuoi genitori", "il futuro è transessuale", "sono stato creato per spaventare a morte chi non mi capisce" e per mimare scene di stupro sul palcoscenico) sono state trovate sul diario delle ragazze che hanno ucciso una suora a Chiavenna.

La letteratura riporta molti casi analoghi che dimostrano come, sotto l'effetto di scene "forti", alcuni spettatori tra i più giovani si lascino trasportare dall'emotività e dalla spinta ad imitare - nella realtà o nella finzione - le azioni di un personaggio carismatico, al centro dell'attenzione collettiva. Questo non significa, ovviamente, che alcune notizie non dovrebbero essere riportate; ma indica come lo spazio che i media riservano a questo tipo di notizie e la loro spettacolarizzazione abbia, di fatto, l'effetto di incrementare, in misura statisticamente significativa, il numero dei suicidi e altre forme di violenza. La controprova è che spettacoli educativi e intelligenti, come ad esempio il notissimo Sesame Street che, negli anni Settanta negli Stati Uniti fu pensato per i bambini culturalmente svantaggiati ebbe effetti molto positivi sull'apprendimento, la cooperazione, il comportamento prosociale, la sicurezza e l'autostima dei bambini che lo guardarono regolarmente. L'età è un'altra dimensione fondamentale, che spesso non viene tenuta in sufficiente considerazione. Ciò che è "reale" per un bambino al di sotto dei 9 anni è molto diverso da ciò che è "reale" per un adolescente o un adulto. A sei anni un bambino può considerare possibile, nella realtà, una situazione o una soluzione che invece è possibile soltanto nella fiction. Da varie ricerche si apprende anche che, sebbene i bambini sappiano, già a partire dai tre-quattro anni, che le scene di violenza che si possono vedere nei cartoni sono meno reali di quelle che si vedono in altri programmi, ciononostante il loro livello di aggressività aumenta ugualmente quando l'esposizione è ripetuta .

Una sottile forma di manipolazione (o violenza psicologica) è quella che si verifica attraverso la gran massa di spot pubblicitari diretta ai bambini, che interrompono i programmi televisivi ad essi dedicati anche se ciò è in contrasto con la già blanda legge Mammì del 1990. Alcuni programmi poi, come Pokèmon e Teletubbies, sono essi stessi veicoli di pubblicità. Bambini di soli 16/18 mesi sono già considerati dei target da conquistare cosicché, sfruttando il potente meccanismo del riflesso condizionato, i pubblicitari cercano di legare in un "rapporto di lealtà" i bambini ai vari prodotti.

Le ditte che sponsorizzano i prodotti per l'infanzia spendono in pubblicità venti volte di più rispetto a dieci anni fa e ne hanno dei ritorni enormi. I pubblicitari difendono i loro prodotti affermando che si tratta di opere d'arte e di fatto alcune lo sono, il punto però non è questo ma se è lecito modellare la mente infantile, che tende ad assorbire in piena fiducia senza stabilire una distanza di sicurezza dal messaggio. Molti spot inducono al consumo di prodotti alimentari non genuini, colmi di conservanti, che favoriscono l'obesità ed è noto che l'obesità infantile ha pesanti ripercussioni non soltanto sulla salute del bambino ma anche del futuro adulto (disturbi cardiavascolari, ipertensione, diabete, problemi psichici e della vita di relazione).

In Svezia, Norvegia, Austria, Fiandre (Belgio) non ci sono pubblicità né durante i programmi televisivi rivolti ai bambini, né prima e né dopo. In Grecia sono state vietate tutte le pubblicità di giocattoli. E' possibile che nei prossimi anni vengano varate delle direttive europee - restrittive rispetto a quelle italiane - sulle pubblicità dei giocattoli e dei cibi per bambini. Internet è una grandissima e irrinunciabile risorsa. C'è però chi la utilizza nel modo peggiore. Sui siti pedofili si può trovare non solo pubblicità di materiale pornografico, ma anche lettere di questo tenore rivolte ai bambini: Probabilmente qualcuno ti ha detto che "puoi dire di no". Forse ti avranno spiegato che cosa significa: se qualche adulto ti chiede di fare delle "cose", non devi farle. Questo ovviamente non si riferisce al fatto che tua madre ti dice di lavarti i denti… si riferisce solo a certi adulti e a certe cose. Bene, ricorda solo una cosa: se puoi dire di no, puoi anche dire di si. Questo significa che se ti senti di fare qualcosa , hai il diritto di farlo. Non importa ciò che ti ha detto il tuo insegnante. Perché è un diritto. Sei tu che puoi scegliere. Talvolta gli amici con i quali ti diverti ti dicono di non raccontare agli altri quello che avete fatto insieme. Questo capita spesso quando i tuoi amici sono degli adulti. Il motivo di ciò è semplice: se la gente scopre che hai fatto delle "cose" con un amico adulto (o una amica), può farlo andare in prigione e rovinargli la vita. Specialmente se il tuo amico è un uomo, o anche solo un ragazzo più grande. Perciò il tuo amico ha paura. A questo punto tu dovresti fare una scelta. Se senti che quella persona è stata buona e sincera con te e che non si merita di essere punita, dovresti aiutarlo a non raccontare a nessuno, nemmeno ai tuoi amichetti, quello che è successo. Prima di raccontare a qualcuno chiedi a te stesso: "il mio amico merita di andare in prigione?". Può darsi di sì, ma per favore pensaci prima o potresti pentirtene dopo. Oh, c'è un'altra cosa. Sai cosa capita a te quando la gente lo scopre? Bene, vai in terapia. Terapia vuol dire che devi sottostare a qualcuno che cercherà di convincerti che tutto quello che hai fatto con il tuo amico è stata una cosa orribile e che il tuo amico stesso è una persona orribile. Quindi, pensaci molto bene! [lettera aperta dell'associazione "The Slurp"] Un'altra forma di sfruttamento dei minori su cui è bene riflettere è il loro utilizzo come attori di spot e film violenti o pornografici. L'osservazione non si riferisce, ovviamente, al mezzo in quanto tale, ma all'uso che ne viene fatto; esistono, infatti, esempi di partecipazione di bambini a film di alto livello artistico e morale. Per quanto riguarda i film e gli spot esiste in proposito una normativa che però non considera a sufficienza quali possono essere gli effetti psicologici sul protagonista quando questi prende parte a riprese di scene violente o di sesso in film destinati agli adulti o è costretto ad ascoltare dialoghi su problematiche scabrose.

Per quanto riguarda i video pornografici pedofili è noto che singoli pedofili e organizzazioni - come quella recentemente scoperta a Roma che fa capo al "Fronte di liberazione dei pedofili" - utilizzano i bambini come attori per i loro video. In un articolo comparso in Internet col titolo La pornografia infantile, il grande orco cattivo, si sostiene che il bambino che recita un ruolo sessuale a fini pornografici sta svolgendo un "lavoro" come qualsiasi altro professionista del settore. Si, ammette, in questo scritto, che le foto e le pellicole di recente produzione sono più violente e i volti dei bambini sono spesso "non felici", ci si dice però certi che almeno il 50% di loro non dà segni di sofferenza o di coercizione. Del restante 50% non viene detto nulla. Nel volume I santi innocenti di C. Camarca troviamo la descrizione di una delle tante fotografie che circolano tra i cultori del genere: La bambina avrà undici anni. Seduta nel centro del letto matrimoniale coperto da una trapunta di lana a forma di stella. Le unghie dei piedi pitturate di rosso. I capelli biondo cenere sciolti sulle spalle. Gli occhi chiari spalancati su un punto imprecisato fuori dall'inquadratura. Le pareti della camera sono rivestite da una tappezzeria a fiori. Gialli e arancioni. Il letto ha una spalliera in velluto. [...] Una sedia in vimini. Sulla quale sono ripiegati dei pantaloni maschili e una camicia a righe celesti. L'uomo è disteso al suo fianco: non gli si vede il volto. La maggior parte delle foto e dei film pornografici vengono prodotti in Europa e nel Sud-Est Asiatico per poi essere esportati in vari paesi. I bambini sono dunque raggiunti da forme diverse di violenza: diretta, indiretta, fisica, psicologica, evidente, subdola. Ci si potrebbe chiedere se questi problemi, che emergono con crescente forza, non abbiano soltanto dei risvolti di tipo psicologico, pedagogico o etico. In realtà, nel momento in cui questo genere di messaggi - provenienti dal mondo reale e da quello virtuale - hanno la capacità di raggiungere il corpo infantile, influire sulla salute fisica e mentale dei bambini, di modificarne le capacità di scelta e di agire non soltanto sul singolo ma su un gruppo o una popolazione giovanile, il problema diviene anche bioetico in quanto questi fattori incidono su diversi parametri in cui è difficile scindere psiche e corpo, mente e cervello.

Il tipo di ambiente in cui si vive, gli stimoli che si ricevono in una età in cui si è molto recettivi, modificano infatti le caratteristiche del sistema nervoso e della personalità esercitando una forte influenza sul processo della crescita. In questo senso il problema dei rapporti tra infanzia e media ha una connotazione prettamente bioetica in quanto interessa gli effetti dell'ambiente sulla psiche e sul corpo.

L'opinione pubblica è in genere più sensibile agli effetti nocivi esercitati dall'ambiente sul corpo anche quando questi effetti sono legati a cause non tradizionali o di cui ha minore conoscenza. Ne è esempio il recente dibattito sul ruolo esercitato dai campi elettromagnetici sulla salute pubblica e in particolare su quella infantile. Questo è un esempio di una recente trasformazione di una sensibilità collettiva, anche se in parte promossa da gruppi politici. Questo mutamento della sensibilità lascia perciò ritenere che anche il settore della psiche e dello sviluppo infantile possa entrare a far parte della sensibilità dell'opinione pubblica. Perciò il tema dei rapporti tra media e sviluppo infantile potrebbe esser recepito dall'opinione pubblica grazie ad una opportuna campagna di sensibilizzazione che indicasse l'importanza di contrastare diverse forme di dipendenza psicologica - o plagio - che riducono un bene primario, un armonioso sviluppo psichico. Anche la scuola può contribuire a questo processo di acculturazione promuovendo al suo interno una "decostruzione" dei messaggi mediatici, una discussione sui rapporti tra reale e immaginario e non ultimo un apprendimento all'uso del mezzo televisivo. L'uso del video-tape non rappresenta soltanto uno strumento per narrare temi reali o fantastici, ma anche un mezzo per riflettere sull'organizzazione del messaggio mediatico: in altre parole, fare televisione nella scuola (producendo video durante le ore previste di "formazione all'immagine") può contribuire a decifrare le distorsioni dei messaggi che provengono dai numerosi schermi.

5. L'immagine dei minori nel diritto

Anche l'immagine del minore riflessa nello specchio del diritto è andata cambiando. La condizione del minore nella famiglia e nella società si è radicamente trasformata nella seconda metà del secolo scorso. Nei codici dell'800 (ed in larga misura anche nel codice civile italiano del 1942) il minore veniva inteso come "oggetto" dei diritti degli adulti, soggetto ad una patria potestà che si presentava come un'autorità con poteri pressoché assoluti: si pensi che il code Napoleon (1804) riconosceva al padre il potere di far mettere in carcere il figlio, ed il giudice, chiamato ad attuare questa decisione, non aveva il potere di sindacarla nel merito, operando piuttosto come longa manus dell'autorità paterna. Il passaggio ad una concezione del minore come soggetto di diritti prende l'avvio con le dichiarazioni dei diritti che fanno seguito alla seconda guerra mondiale, a partire dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, proclamata dall'Assemblea delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 (all'infanzia è riconosciuto il "diritto ad un aiuto e ad un'assistenza particolari", "il fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità deve crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore, di comprensione", deve essere preparato "ad avere una vita individuale nella società", educato "in uno spirito di pace, di dignità, di tolleranza, di libertà, di eguaglianza e di solidarietà"), dalla Dichiarazione dei diritti del fanciullo adottata dall'Assemblea Generale dell'ONU il 20 novembre 1959, per giungere alla più recente Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo fatta a New York dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall'Italia con l. 27 maggio 1991, n. 176. Anche in ambito europeo si affermano i diritti del minore nell'ambito della famiglia e della società (v. art. 8 Convenzione Europea sui diritti dell'uomo, Roma, 1950; art. 7, Carta sociale europea, 1961; art. 24, Patto internazionale sui diritti civili e politici, 1966), e nella recente Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (Nizza novembre 2000) si enunciano all'art. 24 i fondamentali "diritti del bambino" ed il loro carattere "preminente" su quello degli adulti. In questo stesso arco temporale anche il diritto italiano registra un'autentica inversione di tendenza. Ciò si deve in primo luogo all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, alla garanzia, in essa contenuta, per l'eguaglianza e la dignità della persona (art. 3), per i suoi diritti inviolabili, anche nel contesto di formazioni sociali, quali la famiglia, destinate a promuovere la crescita delle personalità (art. 2); alla tutela assicurata ai minori nell'ambito della famiglia (art. 30), della società (art. 31), delle istituzioni scolastiche (art.34).

In attuazione di questi principi le regole del diritto familiare hanno subito profonde modifiche con la legge istitutiva dell'adozione speciale, prima (l. n. 341/1967), e con la riforma del diritto di famiglia, poi (l. n. 151/1975). Con espressione enfatica, ma efficace, si è descritto il passaggio dall'uno all'altro modo di intendere la condizione minorile come un'autentica "rivoluzione copernicana", essendosi ormai spostato il centro del sistema dagli adulti al minore, i cui diritti assumono un valore preminente rispetto ai primi. La potestà non costituisce più un "diritto", ma una funzione, una "responsabilità"; il suo esercizio si fa rispettoso delle "capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli" (art. 147 c.c.); al minore sono risevati più ampi spazi di autonomia nelle decisioni che lo concernono ( ad esempio, artt. 84, 250, 284, c.c.); se ne garantisce la stessa identità personale (Corte cost. n.13/1994).

6. Diritti del minore e forme di tutela

Il riconoscimento della dignità, dell'identità, dell'autonomia del minore, in uno con quello della responsabilità degli adulti e delle istituzioni nella formazione della sua personalità sta alla base delle dichiarazioni dei diritti che si sono ricordate.

Nello scorrere del tempo l'elenco dei diritti del fanciullo si fa sempre più ricco e completo, segno di una nuova consapevolezza delle sue esigenze e degli abusi cui è esposto. Contemporaneamente si avverte, tuttavia, l'insufficienza di queste dichiarazioni, per quanto significative, che rischiano di ridursi a formule astratte, se non si dispone degli strumenti necessari alla loro realizzazione. Si fa strada la consapevolezza che alla proclamazione teorica dei diritti civili e sociali del bambino fa riscontro la crescente esposizione dei giovani a situazioni di rischio, e si accompagna la carenza di strumenti concreti di attuazione. Va peraltro notato che la coscienza di questa necessità va crescendo e si esprime anche in provvedimenti legislativi ( l. 285/97, Disposizioni per la promozione dei diritti e opportunità per l'infanzia e l'adolescenza; l. 451/97, istituzione della Commissione parlamentare per l'infanzia e dell'Osservatorio nazionale per l'infanzia). Se ne trova riscontro nel "Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2000-2001" predisposto dalla Presidenza del Consiglio (D.P.R.13 giugno 2000).

La stessa legge di riforma dell'adozione, approvata quest'anno (l. 27 aprile 2001, n.149), non si limita più ad enunciare il diritto del minore a crescere nella sua famiglia, ma impegna le istituzioni a sostenere la famiglia che si trovi in difficoltà con misure concrete, anche di natura economica. In altri termini, si va affermando l'idea che il principale compito delle istituzioni nei confronti della famiglia è quello di agevolarla nello svolgimento dei suoi compiti, sostenendo le responsabilità dei genitori con misure appropriate (l. n.328/2000, legge quadro per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali; l. n. 53/2000 sui congedi parentali). In questo quadro più generale si inserisce una maggior attenzione per la violenza cui è esposto il minore, si tratti di violenza sessuale (l. n. 66/1996), di sfruttamento della prostituzione, pornografia, turismo sessuale (l. n. 269/1998), di violenza nelle relazioni familiari (l. 7 marzo 2001, n.154).

Obiettivo comune è quello di predisporre misure di protezione e apparati sanzionatori più efficaci. Tuttavia tali normative presentano gravi carenze evidenziate dalla recente sentenza della Corte di Cassazione (Cass. S.U. 13 maggio 2000) che ha lasciato impunita la condotta di chi ritrae un minore in pose pornografiche per uso personale: quasi che il minore non fosse anch'egli una persona.

Il rapporto tra media e minori evidenzia esigenze di protezione solo in parte attuate dalla normativa in vigore. Eppure, lo stesso legislatore è consapevole del fatto che si tratta di questione cruciale, come testimonia l'art. 17 della Convenzione di New York ("Gli Stati parti riconoscono l'importanza della funzione esercitata dai mass-media e vigilano affinché il fanciullo possa accedere ad una informazione ed a materiali provenienti da fonti nazionali e internazionali varie, soprattutto se finalizzati a promuovere la sua salute fisica e mentale", ed a questo fine assumono specifici impegni) In rapporto ai minori i media esibiscono il duplice volto di mezzi che possono svolgere un ruolo cruciale nella formazione delle nuove generazioni e di realtà da cui queste vanno difese. All'immagine del bambino soggetto del diritto all'educazione ed alla formazione si affianca, talvolta soverchiandola, quella del bambino oggetto, bersaglio di comunicazioni dirette ad influenzarne i gusti, gli stili di vita, a favorirne la propensione al consumo.

Il problema risulta enfatizzato dalla circostanza che l'importanza dei media nella formazione della personalità minorile cresce in relazione al restringersi di altri spazi di gioco e di comunicazione, che andrebbero invece recuperati, migliorando la qualità della vita urbana, della formazione scolastica. Il solitario faccia a faccia con la TV, i videogiochi, internet tende a riempire il vuoto di un dialogo con gli adulti, con la famiglia, sempre più evanescente. Eppure, proprio in rapporto ai nuovi media, si vorrebbe recuperare il compito della famiglia nella selezione delle esperienze adatte al bambino. Così negli Stati Uniti la legge Clinton (Communications Decency Act), che intendeva oscurare i siti pornografici, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Suprema, nel 1997, perché in contrasto con la fondamentale libertà di manifestazione del pensiero. Il controllo dovrebbe allora essere svolto dalle famiglie, grazie a particolari apparecchi che impediscono l'accesso ai siti non adatti ai minori.

7. Iniziative comunitarie

Con riguardo ai rapporti tra media e minori si avverte la necessità di un passaggio da una legislazione frammentaria e lacunosa, in larga misura inattuata, ad una che affronti in modo organico i diversi problemi, predisponendo adeguati strumenti di controllo e sanzioni efficaci. Il nodo di una disciplina in questo settore è quello dei rapporti tra diritti individuali e libertà di informazione, sullo sfondo di potenti interessi di mercato.

L'avvento di Internet apre nuovi importanti scenari: la diffusione di materiale pornografico, i siti pedofili, l'utilizzazione di minori come attori di video dal contenuto erotico o violento, gli slogans allusivi dal significato ambiguo che suscitano la curiosità dei più giovani. La Rete si è sviluppata in epoca recente come mezzo di circolazione transnazionale dell'informazione al di fuori di ogni sistema di regole autoritative. Gli utenti del cyberspazio sono in linea di principio contrari ad ogni regolamentazione dell'uso del mezzo. Si registrano reazioni di protesta a fronte di tentativi promossi dal Governo americano di varare misure contro la diffusione di materiale pornografico (febbraio 1996). I navigatori rivendicano una totale libertà di espressione, affermando che su Internet tutti sono editori e perciò liberi di scegliere la propria linea editoriale.

Per effetto dell'innovazione tecnologica, si sta delineando un mutamento epocale dello scenario, descritto come "la fine della comunicazione di massa" ed "il passaggio al villaggio globale". L'avvento della multimedialità amplia enormemente il mercato, al di fuori di un contesto definito da confini nazionali e da frontiere geopolitiche. Si assiste ad una vera e propria rivoluzione digitale, consistente nel mutamento della tecnologia impiegata per le trasmissioni via etere da standard analogici a standard digitali che consentono di moltiplicare le capacità trasmissive e di espandere illimitatamente la comunicazione. Tale rivoluzione condurrà ad una progressiva convergenza di tutti i settori dell'informazione: radio, televisione, informatica, telefonia, ecc. Si fa strada l'esigenza di ridefinire le regole di condotta in relazione alle nuove sfide emergenti. La transnazionalità dei fenomeni impone di armonizzare la normativa in ambito internazionale, presupposto, questo, indispensabile per l'effettiva applicazione di regole, apparendo del tutto inadeguata una disciplina di tipo intra-comunitario, in quanto la navigazione nello spazio cibernetico non ammette frontiere né confini.

La legge 31 luglio 1997, n.249, istitutiva dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha sostituito alla figura monocratica del Garante per la radiotelevisione e l'editoria un organismo collegiale cui è affidato il controllo su un mercato più ampio di stampa e televisione, che, in materia di pubblicità, è espressamente chiamato a vigilare sul rapporto d' "interazione organizzata" tra il fornitore del prodotto (content provider), il gestore di rete (network provider) e l'utente. Nel sistema dunque, è già presente una visione multimediale dell'informazione, benché tale prospettiva si configuri più come un'aspettativa o come una "realtà virtuale". L'avvento di Internet postula un cambiamento radicale del modo di pensare e diffondere i messaggi pubblicitari.

La possibilità per il singolo utente di ricercare, interagire e combinare le informazioni costituisce l'aspetto nuovo ed originale per la comunicazione. La diffusione della pubblicità in rete avviene secondo modalità diverse, attraverso canali prima inesplorati: il servizio di posta elettronica, e-mail, la creazione di una homepage o di un sito Web, l'inserzione di informazioni in banche-dati, in cataloghi elettronici o attraverso motori di ricerca. L'interattività sollecita un nuovo tipo di linguaggio promozionale, capace di catturare il consumatore che da "soggetto passivo" diviene protagonista attivamente coinvolto nella scelta del percorso. Attraverso la rete è possibile registrare informazioni importanti sui consumatori, di tipo comportamentale e motivazionale. Ciò pone all'attenzione dei giuristi il problema della tutela della privacy, sia dal punto di vista dell'impiego di informazioni a scopo commerciale, sia dal punto di vista dell'"invasione del domicilio dell'utente. Infatti, la raccolta di dati in Rete genera delle vere e proprie banche di informazioni. In numerosi atti sovranazionali si pone l'accento sulla necessità del consenso a ricevere informazioni da parte del destinatario.

L'appello al "consenso" si giustifica con la difficoltà di codificare un sistema di regole composto di autorizzazioni e divieti, che risulterebbe difficile da controllare. In tal senso, il "consenso" appare come una via intermedia "fra regulation e deregulation". Fondamentale è il ruolo assunto dal Service Provider, riguardo alla responsabilità per illiceità dei messaggi pubblicitari diffusi, rispetto al diritto nazionale. E' largamente condivisa l'opinione che occorra predisporre un sistema di accesso alla Rete che permetta d'identificare inequivocabilmente, all'atto del collegamento, l'utilizzatore, memorizzando eventuali ingressi in servizi di messaggeria, bacheche elettroniche o chat. Ciò al fine di rintracciare l'autore di eventuali illeciti ed applicare le relative sanzioni. Un altro canale potrebbe essere quello di richiedere l'uso di un codice di accesso ai siti "per soli adulti".

La dottrina non condivide l'equiparazione del Provider all'editore o al direttore responsabile di una pubblicazione a stampa, apparendo di difficile realizzazione un controllo di tipo preventivo sui contenuti della comunicazione in Internet, considerata la quantità di messaggi diffusa. Inoltre un sistema di controllo rigido comporterebbe uno snaturamento delle finalità proprie dei mezzi di comunicazione telematica: diffondere informazioni in tempo reale, nel rispetto del principio di libertà. Diviene quanto mai necessario uniformare le legislazioni dei diversi paesi europei e prevedere un intervento incisivo ed efficace della comunità internazionale tale da stabilire regole omogenee per la repressione delle violazioni. In ambito europeo non mancano le prese di posizione, ma si tratta a volte di atti non vincolanti e di portata eminentemente programmatica, come i due documenti della Commissione presentati nell'ottobre del 1996: la Comunicazione sulle informazioni di contenuto nocivo ed illegale su internet ed il Libro verde sulla protezione dei minori e della dignità umana nei servizi audiovisivi e di informazione.

La comunicazione prevedeva, in particolare, misure pratiche per intraprendere un'azione immediata di lotta alle informazioni di contenuto illegale e nocivo su Internet, che non si limitasse ai settori della protezione dei minori e della dignità umana. All'uopo, la Commissione proponeva l'adozione di una serie di misure operative, tra cui è possibile ricordare l'intensificazione della cooperazione tra gli Stati membri nel settore della giustizia e degli affari interni, l'elaborazione e l'applicazione di norme di autoregolamentazione da parte dei fornitori di accesso alla Rete (c.d. provider), la diffusione dell'utilizzo di software e di sistemi di codifica, la promozione di azioni nazionali di sensibilizzazione rivolte ai genitori ed agli educatori, nonché l'esame del contesto giuridico applicabile e della possibilità di negoziare una convenzione internazionale sulle informazioni di contenuto illecito e nocivo su Internet.

Con il Libro verde, la Commissione ha invece voluto aprire una fase di consultazione con le altre istituzioni comunitarie, le autorità nazionali e l'insieme degli ambienti professionali e delle parti interessate in merito alle implicazioni ed alle soluzioni da adottare, a medio e lungo termine, in materia di protezione dei minori e della dignità umana nei servizi audiovisivi e di informazione in generale. Così, dopo aver presentato una rassegna di norme e strumenti di controllo applicabili al contenuto dei servizi audiovisivi e di informazione, il documento della Commissione passa ad esaminare gli strumenti e le azioni prioritarie da adottare a livello dell'Unione europea, nel rispetto del principio di sussidiarietà. A tal fine, il documento propone di sviluppare un approccio coerente che faciliti l'applicazione del diritto nazionale, evitando nel contempo di ostacolare eccessivamente lo sviluppo dei suddetti servizi nel quadro del mercato interno.

In quest'ottica, e sulla base delle misure a breve termine presentate nella comunicazione poc'anzi esaminata, la Commissione ha auspicato l'approfondimento delle consultazioni su alcuni temi specifici, quali il miglioramento del quadro giuridico, con particolare riferimento alla definizione del regime di responsabilità degli operatori che intervengono nella catena di comunicazione dei contenuti (dall'autore all'utilizzatore finale), allo sviluppo dei meccanismi di arbitraggio, di conciliazione e di sorveglianza in materia di regolamentazione nazionale o di autoregolamentazione, ed alla promozione della cooperazione tra gli Stati membri in materia di giustizia e affari interni; la promozione dei sistemi di controllo parentale, tramite l'invito alla cooperazione delle industrie interessate, in particolare per quanto riguarda l'elaborazione di idonei codici di condotta, l'identificazione di standard comuni in materia di indicazione dei contenuti e lo sviluppo dell'informazione e della sensibilizzazione degli utilizzatori, segnatamente dei genitori e dei minorenni, dei consumatori e delle organizzazioni rappresentative; l'intensificazione della cooperazione internazionale, con specifico riferimento all'articolazione dei livelli di competenza adeguati . Sulla base delle indicazioni emerse dai documenti poc'anzi esaminati hanno preso le mosse le successive iniziative condotte dalla Comunità. Tra di esse, si ricorda la dichiarazione del Consiglio e dei ministri dell'educazione riuniti in sede di Consiglio, del dicembre 1996, sulla protezione dell'infanzia e la lotta contro la pedofilia , e la risoluzione del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati membri riuniti in sede di Consiglio, del febbraio 1997, relativa alle informazioni di contenuto illegale e nocivo su Internet . Più rilevante ed incisiva, sotto il profilo dell'efficacia giuridica dispiegata, è invece la decisione del Parlamento europeo e del Consiglio n. 276/1999, del 25 gennaio 1999, che adotta un Piano pluriennale d'azione per promuovere l'uso sicuro di Internet attraverso la lotta alle informazioni di contenuto illegale e nocivo diffuse attraverso le reti globali .

Il Piano d'azione, la cui portata si esaurirà alla fine del 2002, si prefigge come obiettivo la promozione dell'uso sicuro di Internet, incoraggiando a livello europeo un ambiente favorevole allo sviluppo del settore relativo. A tal fine, il Piano incarica la Commissione di intraprendere alcune azioni destinate ad affiancarsi e a sostenere misure nazionali di analoga natura, in linea con i criteri guida e gli strumenti d'intervento indicati da taluni allegati alla decisione comunitaria. Tra le azioni così individuate, particolare rilievo rivestono quelle destinate a promuovere sistemi di autoregolamentazione da parte degli operatori del settore e di controllo dei contenuti (quali la pornografia infantile o i contenuti istiganti all'odio basato su differenze di razza, sesso, religione, nazionalità o origine etnica); a incoraggiare la fornitura, da parte degli operatori del settore, di sistemi di filtraggio e di classificazione che consentano a genitori ed insegnanti, da una parte, di selezionare contenuti adeguati ai minori sotto la loro tutela e agli adulti, dall'altra, di decidere a quale contenuto legale essi vogliano accedere, tenendo anche conto del pluralismo linguistico e culturale; a diffondere tra gli utenti, soprattutto genitori, insegnanti e bambini, l'informazione sui servizi offerti dall'industria, affinché essi possano meglio comprendere le opportunità di Internet e trarne vantaggio; a promuovere azioni di sostegno, quali la valutazione delle implicazioni giuridiche e la cooperazione internazionale nei settori di cui sopra.

All'adozione del Piano pluriennale d'azione hanno fatto seguito le conclusioni del Consiglio del 17 dicembre 1999, sulla protezione dei minori nello sviluppo dei servizi audiovisivi digitali , in cui l'istituzione comunitaria ha evidenziato la necessità di adattare ed integrare, alla luce degli sviluppi tecnici, sociali e commerciali, gli attuali sistemi di trasmissione digitale per proteggere i minori da contenuti audiovisivi nocivi, e di far sì che lo sviluppo di nuovi mezzi tecnici per il controllo parentale non comporti la riduzione della responsabilità a carico delle diverse categorie di operatori relativamente alla protezione dei minori da contenuti nocivi.

Alla luce di queste esigenze prioritarie, il Consiglio ha quindi invitato gli Stati membri a mantenere sotto stretto controllo l'efficacia degli attuali sistemi di protezione dei minori e ad intensificare gli sforzi per quanto riguarda le misure nel campo dell'educazione e della sensibilizzazione; a promuovere consultazioni tra le industrie le industrie e le parti interessate, allo scopo di esaminare modalità per raggiungere una maggiore chiarezza nella valutazione e nella classificazione del contenuto audiovisivo, sia all'interno dei vari settori interessati che fra di essi. Allo stesso tempo, il Consiglio ha invitato la Commissione, anche mediante l'impiego degli attuali strumenti finanziari della Comunità, a promuovere consultazioni tra le industrie e le parti interessate, allo scopo di esaminare modalità per raggiungere una maggiore chiarezza nella valutazione e nella classificazione del contenuto audiovisivo in Europa, sia all'interno dei vari settori interessati che fra di essi, nonché a promuovere lo scambio di informazioni e delle migliori pratiche per quanto riguarda la protezione dei minori; a incoraggiare l'industria a sviluppare prodotti di facile uso per genitori ed educatori che permettano loro di trarre beneficio dagli strumenti tecnologici per proteggere i minori; ad esaminare eventuali azioni comunitarie per sostenere e integrare le attività degli Stati membri volte alla protezione dei minori da contenuti audiovisivi nocivi grazie a migliori livelli di "alfabetizzazione" attraverso i media e a misure volte a migliorare la sensibilizzazione, pur tenendo conto appieno dei lavori in corso nell'ambito del Piano d'azione comunitario, sopra esaminato, e degli sviluppi e dell'esperienza acquisita nel resto del mondo.

Alla lotta alla pornografia su internet è dedicato l'ultimo atto comunitario, la decisione del Consiglio del 29 maggio 2000 che, nel quadro della cooperazione intergovernativa in materia giudiziaria, intende promuovere l'accertamento e la repressione efficace dei reati commessi per tale via . Adottata sulla base dell'art. 34 (ex art. K.6) del Trattato di Maastricht, e dunque riconducibile al quadro della cooperazione intergovernativa in materia giudiziaria penale e di polizia di cui al terzo pilastro dell'Unione europea, la decisione impegna anzitutto gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per incoraggiare gli utenti di Internet a notificare, direttamente o indirettamente, alle autorità preposte all'applicazione della legge il sospetto di diffusione su Internet di materiale di pornografia infantile, qualora rinvengano tale materiale. In questo contesto, gli utenti di Internet devono essere informati dei metodi disponibili per contattare le autorità preposte all'applicazione della legge o gli organismi che hanno contatti privilegiati con tali autorità, onde consentire loro di svolgere le attività di prevenzione e lotta alla pornografia infantile su Internet.

La decisione prevede, inoltre, che le misure atte a promuovere l'accertamento e la repressione efficaci dei reati in questo settore possano comprendere, quando necessario e tenuto conto della struttura amministrativa di ciascuno Stato membro, l'istituzione di unità specializzate nell'ambito dei servizi preposti all'applicazione della legge. Tali unità, dotate delle competenze e delle risorse necessarie per gestire tempestivamente le informazioni relative al sospetto di produzione, trattamento, possesso e diffusione di materiale di pornografia infantile, sono tenute ad intervenire tempestivamente non appena entrino in possesso di informazioni sul sospetto circa il verificarsi delle fattispecie criminose prima richiamate, salvo i casi in cui si renda tatticamente necessario differire un'azione, ad esempio per scoprire il soggetto o i soggetti che si celano dietro operazioni criminali o eventuali reti di pornografia infantile.

Gli Stati membri devono altresì impegnarsi ad assicurare la più ampia e rapida cooperazione possibile per agevolare l'efficace accertamento dei reati di pornografia infantile su Internet, nonché la relativa repressione conformemente agli accordi e alle modalità vigenti. Per assicurare una risposta tempestiva ed efficace a questi reati, gli Stati membri possono scambiare tra loro informazioni mediante le unità specializzate di nuova istituzione sopra indicate ovvero i canali di comunicazione già esistenti, quali l'Interpol e l'Ufficio europeo di polizia (Europol), istituito dal Trattato di Maastricht. L'Europol, in particolare, deve essere informata dei casi sospetti di pornografia infantile, allo scopo di esaminare, nei limiti del suo mandato e in cooperazione con gli Stati membri, la possibilità di organizzare riunioni periodiche tra le competenti autorità specializzate nella lotta contro la pornografia infantile su Internet, per promuovere lo scambio di informazioni di carattere generale, l'analisi della situazione e il coordinamento delle misure operative.

Tra le misure atte ad eliminare la pornografia infantile su Internet, la decisione del Consiglio comprende anche l'impegno degli Stati di sviluppare un dialogo costruttivo con l'industria, allo scopo di sollecitare i fornitori di servizi Internet a fornire consulenza alle autorità nazionali competenti o alle unità specializzate circa il materiale di pornografia infantile di cui sono stati informati o di cui sono venuti a conoscenza e diffuso per loro tramite; di eliminare dalla circolazione il materiale di pornografia infantile di cui sono stati informati o di cui sono venuti a conoscenza e che è diffuso attraverso tali servizi, salvo diverse disposizioni delle autorità competenti; di conservare per il tempo eventualmente specificato nella legislazione nazionale applicabile i dati relativi a tale traffico, al fine di rendere tali dati disponibili per essere esaminati dalle autorità preposte all'applicazione della legge, secondo le norme procedurali applicabili (soprattutto ai fini delle azioni penali qualora si sospetti l'abuso sessuale di bambini, nonché la produzione, il trattamento e la diffusione di materiale di pornografia infantile), predisporre propri sistemi di controllo per combattere la produzione, il trattamento, il possesso e la diffusione di materiale di pornografia infantile. Gli Stati membri, infine, sono tenuti a verificare regolarmente se il progresso tecnologico renda necessaria, nel rispetto dei principi fondamentali dei rispettivi ordinamenti, una modifica della loro procedura penale, al fine di mantenere l'efficacia della lotta contro la pornografia infantile e lo sfruttamento sessuali dei bambini su Internet.

Analogo obbligo grava sul Consiglio, che è tenuto a prendere in considerazione l'adozione di ulteriori iniziative rese necessarie dagli sviluppi della tecnica, tenuto anche conto dei risultati della procedura di valutazione dell'efficace applicazione delle misure previste dalla decisione . Pur con i limiti propri di alcune di esse, le prese di posizione della Comunità e le iniziative di cooperazione tra Stati che si intende in tal modo promuovere costituiscono tappe significative in quanto, nel villaggio globale, solo regole che superino la dimensione nazionale e che si integrino in una rete a livello mondiale possono aspirare a contrastare efficacemente gli abusi e le attività illecite rese possibili da una circolazione di informazioni ormai senza confini, da una libertà di comunicazione e di accesso tendenzialmente sottratta a controlli.

8. La normativa nazionale.

La rassegna della normativa interna offre un quadro poco consolante non solo per il suo carattere lacunoso e frammentario, ma anche per il fatto che neppure le norme esistenti risultano adeguatamente attuate. E' questa la conclusione cui giunge la Relazione sul "Rapporto tra televisione e minori" presentata il 13 maggio 1999 dalla Commissione speciale del Senato in materia d'infanzia (Senato della Repubblica, Relazione della Commissione speciale in materia d'infanzia sul Rapporto tra televisione e minori, doc. XVI, n.10).

La disciplina attuale è quella risultante dalla c.d. legge Mammì (n.223/1990, attuativa della direttiva comunitaria 89/552 CEE), la quale, con riguardo al minore, predispone garanzie sia nei confronti di spettacoli osceni (art. 30), o che più in generale "possano nuocere allo sviluppo psichico e morale dei minori, che contengono scene di violenza gratuita o pornografica, che inducano ad atteggiamenti di intolleranza basati su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità" (art. 15, cc.10-13). Quanto ai film, si vieta la trasmissione di quelli privi di nulla osta e di quelli vietati ai minori di anni 18, mentre i film vietati ai minori di anni 14 non possono andare in onda prima delle 22,30 e dopo le ore 7. Meno restrittivo è il decreto legge 29 marzo 1995, n.97 (recante norme sul riordino delle funzioni in materia di turismo, spettacolo e sport), convertito in legge 30 maggio 1995, n.203, il quale limita alla fascia oraria tra le 23 e le 7 le trasmissioni "di opere a soggetto e di film prodotti dalla televisione che contengano scene di sesso e violenza tali da poter incidere negativamente sulla sensibilità dei minori": non soltanto, dunque, i film che contengano scene di violenza gratuita o pornografica, ma, più in generale, quelli che contengano scene di sesso e di violenza.

Per quel che riguarda la pubblicità, l'inserimento di spot nei programmi per bambini e negli stessi cartoni animati, e le stesse sponsorizzazioni non sono vietati (come invece disposto in numerosi altri Paesi europei), ma, anzi, sono consentiti dalla l. n.223/1990, sia pur con la previsione di limiti temporali, in programmi di durata non inferiore ai trenta minuti. Su questo punto - osservava la Relazione sui rapporti tra media e minori della Commissione del Senato - "occorre quanto meno imporre il rispetto della previsione di legge secondo la quale i messaggi pubblicitari debbono essere riconoscibili come tali dallo spettatore, e quindi ben distinti dai programmi in cui sono inseriti. Il Codice di autoregolamentazione del 1997 prevedeva ben tre diversi livelli di protezione dei minori dai messaggi pubblicitari, a seconda delle diverse esigenze di cautela nell'arco della giornata, eppure … le violazioni si ripetono senza che ad esse seguano risposte concrete". Anche il D.Lgs. n.74/1992 (in materia di pubblicità ingannevole e comparativa) contiene norme relative ai giovani spettatori e definisce "ingannevole" la pubblicità "che minacci, anche indirettamente, la sicurezza dei bambini e adolescenti, o abusi della loro naturale credulità o mancanza di esperienza, oppure che, impiegando bambini ed adolescenti in messaggi pubblicitari, abusi dei naturali sentimenti degli adulti verso i più giovani". Indirizzata a colpire esclusivamente la pubblicità ingannevole, questa disciplina trascura altri profili, come quelli relativi alla pubblicità capace di offendere la sensibilità dei bambini o adolescenti, o di interferire in modo negativo con la loro educazione o comportamento sociale. Più attento a questi profili è il Codice di autodisciplina pubblicitaria il quale, oltre a stabilire regole specifiche per la pubblicità dei giocattoli e giochi per bambini (art. 28 bis), all'art.11 impegna le parti contraenti a porre "una cura particolare …nei messaggi che si rivolgono ai bambini e agli adolescenti i che possono essere da loro ricevuti.

Questi messaggi non devono contenere nulla che possa danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e non devono inoltre abusare della loro naturale credulità o mancanza di esperienza, o del loro senso di lealtà". Si specifica poi che tale pubblicità non deve indurre "a violare norme di comportamento sociale generalmente accettate; compiere azioni o esporsi a situazioni pericolose; ritenere che il mancato possesso del prodotto pubblicizzato significhi inferiorità, oppure mancato assolvimento dei compiti da parte dei genitori; sollecitare altre persone all'acquisto del prodotto pubblicizzato". Si aggiunge, infine, che "l'impiego di bambini e adolescenti in messaggi pubblicitari deve evitare ogni abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani". Si tratta, tuttavia, di regole che, per il fatto di essere contenute in un codice di autodisciplina e non in un testo di legge, vincolano solo le parti aderenti e scontano i limiti di efficacia dei mezzi di tutela predisposti dal codice. Pur senza chiedere di eliminare completamente la pubblicità dai programmi per ragazzi, come avviene altrove, alcuni interventi sono stati giudicati prioritari dalla Commissione del Senato: limitare, durante i programmi dedicati ai bambini, "la trasmissione di trailers relativi a trasmissioni non adatte all'infanzia"; impedire "la presenza di bambini attori negli spot e nelle televendite; eliminare "definitivamente i casi di pubblicità 'mascherate' o ingannevoli"; vietare le televendite presentate dallo stesso conduttore del programma per bambini"; vietare "l'inserimento di spot durante i cartoni animati dedicati ai più piccoli".

Fatti di cronaca in cui sono stati coinvolti dei minori nel ruolo di protagonisti "vittime" hanno recentemente indotto il legislatore ad intervenire contro i produttori e gli spacciatori di videocassette di contenuto pornografico coinvolgenti ragazzi o bambini. Si fa riferimento alla legge 3 agosto 1998 n. 269 (Norme contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia, del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di riduzione in schiavitù) che, oltre al commercio, punisce la semplice, quando sia consapevole, detenzione di materiale pedo-pornografico (art. 4). L'art. 600-ter, 1° comma, c.p. sanziona lo sfruttamento di minori al fine di realizzare esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico. Il 2° comma punisce chi fa commercio del materiale.

Riguardo alla divulgazione di materiale pornografico, il 3° comma dell'art.600-ter contempla due diverse fattispecie:
1) la divulgazione di materiale prodotto mediante sfruttamento; 2) la diffusione di notizie finalizzate all'adescamento di minori. Tali previsioni si estendono ad ogni modalità di comunicazione, ivi comprese le reti telematiche ed Internet. La norma punisce la detenzione di materiale pornografico, includendo qualsiasi modalità di acquisizione e titolo di disponibilità. La L.269/98 ha inteso dare una disciplina unitaria al delitto di prostituzione minorile, inteso come reato contro la libertà individuale.

La collocazione dei nuovi reati è tra quelli contro la "personalità individuale", quale forma tipizzata di "riduzione in schiavitù". Scopo della norma è contrastare il fenomeno della mercificazione professionalmente organizzata del sesso minorile, sia con riferimento alle prestazioni sessuali, sia alla riproduzione di suoni e immagini spettacolari a contenuto erotico. Il bene giuridico protetto è la personalità individuale del minore e il suo diritto ad un libero ed armonico sviluppo psicofisico. Il quadro di norme che regolano la tutela dei minori nei confronti dei media è caratterizzato da frammentarietà e dalla mancanza di un disegno unitario. Numerose difficoltà, inoltre, sembrano impedire la pratica attuazione di misure idonee a garantire un corretto sviluppo della personalità del minore.

9. I codici di autoregolamentazione

Anche la disciplina contenuta nei codici di autoregolamentazione sottoscritti dagli operatori delle categorie interessate risulta in larga misura disattesa per la mancanza di apparati sanzionatori adeguati. Vanno qui ricordati: - la Carta di Treviso sui diritti del minore in materia di cronaca, sottoscritta dalla Federazione nazionale della stampa e dal Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti il 5 ottobre 1990, contiene numerose prescrizioni volte a tutelare la personalità del minore da forme di spettacolarizzazione della sua vita. In particolare, riconoscendo i principi fondamentali affermati nella Convenzione ONU del 1989 (il prioritario interesse del minore a crescere in un ambiente sano e a non subire interferenze arbitrarie o illegali nella sua privacy, né illeciti attentati al suo onore e alla sua reputazione, la necessità da parte degli Stati di assumere appropriate misure legislative, amministrative, sociali ed educative per proteggere i bambini da qualsiasi forma di violenza, danno o abuso anche mentale) prevede il mantenimento dell'anonimato per gli episodi di cronaca che coinvolgano i bambini, e la rinuncia a pubblicare elementi che ne consentano l'identificazione; contiene il divieto di strumentalizzazione nei programmi televisivi aventi per protagonisti i bambini; richiede il preventivo assenso di genitori o familiari per l'utilizzazione di dati personali di minori, in caso di rapimento o scomparsa; auspica una maggior preparazione professionale degli operatori del settore, il coinvolgimento di soggetti istituzionali chiamati alla tutela dei minori, un rapporto di collaborazione stabile con l'ufficio del Garante per la radiodiffusione e l'editoria; invita il legislatore a formulare una normativa specifica che rifletta, nel contratto di lavoro giornalistico, l'impegno comune a tutelare gli interessi dei più giovani; raccomanda ai responsabili delle reti nazionali televisive una particolare attenzione ai diritti dei minori nelle trasmissioni di intrattenimento e pubblicitarie. FNSI e Ordine dei giornalisti stabiliscono di costituire, in collaborazione con "Telefono Azzurro", insieme con le altre componenti del mondo della comunicazione, un Comitato nazionale permanente dei garanti che possa fissare indirizzi su singole problematiche, organizzare opportune verifiche e sottoporre, gli organi di autodisciplina delle categorie, eventuali casi di violazione della deontologia professionale.

Con un Vademecum del 1995 i giornalisti italiani, in considerazione delle ripetute violazioni della "Carta", hanno inteso ribadire alcune regole di comportamento riconfermandone il valore e l'attualità. Il Vademecum impegna il Comitato nazionale di Garanzia a diffondere la normativa esistente, a pubblicizzare i propri provvedimenti, a coinvolgere nell'applicazione della Carta di Treviso i direttori di quotidiani, agenzie di stampa, notiziari televisivi e radiofonici, sollecitare la creazione di uffici stampa presso i Tribunali per i minorenni, sviluppare spazi informativi e di comunicazione per i minori. - La Carta dell'informazione e della programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del servizio pubblico RAI reca disposizioni volte ad orientare la programmazione a principi di tutela dei minori. - Il Codice di autoregolamentazione dei rapporti tra televisione e minori (approvato il 26 novembre 1997, ed elaborato da un Comitato ad hoc, nominato dal Presidente del Consiglio e composto dai rappresentanti di tutte le reti televisive pubbliche e private, oltre ad esponenti delle Istituzioni).

Preso atto che il bisogno del minore ad uno sviluppo regolare ed armonico è un diritto riconosciuto dall'ordinamento giuridico nazionale ed internazionale, e che la funzione educativa deve essere agevolata dalla televisione, nel codice si afferma il diritto del minore ad una maggior tutela rispetto a trasmissioni televisive nocive al suo sviluppo psichico e morale.

Le aziende televisive si impegnavano ad elevare la qualità dei programmi destinati alla fascia di giovani utenti. Quest'ultimo codice di autoregolamentazione prevedeva la costituzione di un Comitato di controllo per sovraintendere alla concreta attuazione della disciplina, di fatto inoperante, per le dimissioni di numerosi membri, compreso il presidente, e le cui funzioni dovrebbero, invece, essere ripristinate e potenziate. Si assiste, così, "impotenti" - come denunciava la citata Relazione sul rapporto tra televisione e minori della Commissione del Senato - alla "violazione pressocchè quotidiana" delle regole di autodisciplina e "proprio da parte di coloro che le hanno sottoscritte". 10. Problemi di attuazione Il nodo del problema, come si diceva, non è soltanto quello di disporre di regole adeguate: è principalmente quello di dare ad esse attuazione.

Su questa via si registra un primo passo avanti con la riforma delle commissioni di censura cinematografica (febbraio 2001), attesa da più di tre anni (il decreto che ne prevedeva l'istituzione è il n.3 dell'8 gennaio 1998): commissioni che risultano ora integrate da rappresentanti dei genitori, espressi dalle diverse Associazioni che li raggruppano, da docenti di diritto, psicologi, pedagogisti di settore, risultando in tal modo meglio apprezzabile l'interesse del minore alla visione del film. Gravi sono, tuttavia, le omissioni, le carenze di strumenti necessari a garantire i diritti dei minori riguardo ai media. Anche quelli astrattamente previsti, non risultano, poi, in concreto attuati. Il compito di controllare la programmazione televisiva è affidato all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Ma questa Autorità a tutt'oggi non dispone di strumenti finalizzati a monitorare le trasmissioni televisive e, perciò, a rilevare e sanzionare le violazioni. In particolare non è ancora stato istituito il Consiglio nazionale degli utenti (previsto dalla l. 31 luglio 1997, n.249, istitutiva dell'Autorità garante), all'interno del quale dovrebbe essere valorizzato il ruolo delle associazioni rispetto a quello degli esperti di settore. L'esigenza di assicurare una migliore tutela dei diritti dei minori nei confronti dei media si era tradotta nel disegno di legge n. 1138 (Disciplina del sistema delle comunicazioni) che contiene, all'art. 11, norme volte alla tutela dei minori con riferimento al settore radiotelevisivo. Esso vieta la trasmissione dei programmi che possono ledere il "diritto alla tutela dello sviluppo fisico, psichico e morale dei minori", e prevede una delega al Governo per la formulazione di una disciplina organica che regolamenti il settore della pubblicità dedicata ai ragazzi e le modalità di trasmissione di film vietati ai minori di anni 14.

Raccomandazioni

Il CNB, considerata la crescente influenza che i media tradizionali ed i nuovi media esercitano sulla formazione della personalità minorile, le opportunità che si creano ed i rischi che ne possono derivare, e preso atto della insufficienza della disciplina vigente e, comunque, della sua larga inattuazione, intende richiamare l'attenzione sull'importanza del problema e contribuire al dibattito nell'opinione pubblica, tra gli operatori del settore, le categorie e le Associazioni interessate. Il principale obiettivo da raggiungere è quello della formazione di una cultura del rispetto nei confronti dei minori - delle loro esigenze affettive e formative - e della responsabilità degli adulti e delle istituzioni nei loro confronti. Sulla base di queste premesse si suggeriscono alcune indicazioni bioetiche rivolte ai diversi soggetti sociali che agiscono sulla formazione dell'infanzia.

1. La famiglia.

E' responsabilità dei genitori l'educazione dei figli anche in rapporto all'uso dei mass media. Per quanto riguarda la famiglia devono essere diffuse alcune semplici nozioni che chiariscano quali sono le competenze e "debolezze" della mente infantile nelle varie fasi dello sviluppo, quali le necessità psicofisiche di bambini e adolescenti e quali i fattori che possono lasciare una traccia negativa sullo sviluppo della personalità.

2. La scuola.

Per quanto riguarda il mondo della scuola, gli insegnanti devono essere formati su tematiche che spaziano dalle trasformazioni dell'immagine dell'infanzia nel corso del tempo alle caratteristiche psicofisiche dei bambini e degli adolescenti, all'impatto che i vari messaggi audiovisivi esercitano sia a livello cognitivo che emotivo nelle diverse età, alle esigenze di impegno e di gioco, di partecipazione e di progettualità che hanno i giovani.

3. I media.

Per quanto riguarda i media deve essere promossa un'azione più decisa che distingua i programmi dell'infanzia da quelli degli adulti, che non "adultizzi" i minori investendoli con tematiche esplicite o implicite proprie di altre età della vita e che favorisca anche una cultura in positivo dei rapporti interpersonali. E' necessario controllare che i bambini non vengano utilizzati dal mercato in spot pubblicitari, concorsi o spettacoli che li strumentalizzano e non rispettano le esigenze di una crescita graduale. Le televisioni (sia la Rai che le televisioni private che hanno ottenuto una concessione dallo Stato Italiano) devono responsabilizzarsi moralmente nei confronti di bambini e adolescenti curando la qualità dei programmi che mettono in onda negli orari di maggiore audience e nelle cosiddette "fasce protette". E' un loro compito primario collaborare fattivamente con comitati composti da genitori, educatori, esperti in psicologia dell'età evolutiva per diffondere i valori umani che caratterizzano la nostra cultura.

4. La pubblicità.

Il tema dei rapporti tra pubblicità e infanzia deve esser regolato da norme molto più rigide che tendano a vietare qualsiasi forma di pubblicità nell'ambito dei programmi rivolti ai bambini. Con riguardo ai rapporti tra media e minori, nel Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva per il biennio 2001-2002 (d.p.r. 3 giugno 2000), sono già contenuti precisi impegni che dovrebbero essere rispettati; in particolare, la necessità: a) di attuare il miglioramento qualitativo dei programmi; b) di realizzare più incisive forme di tutela nei confronti della violenza che, in forme diverse, i media possono esercitare sui minori; c) di porre limiti qualitativi e quantitativi ai messaggi pubblicitari indirizzati ai giovani; d) di istituire forme di controllo per rilevare e sanzionare efficacemente le violazioni; e) di dar vita ad una permanente attività informativa, diretta ai giovani, ai genitori, alla scuola, per far conoscere le straordinarie potenzialità dei media ed i modi in cui difendersi dai loro abusi.

5. Le istituzioni.

Per quanto riguarda infine le istituzioni politiche il CNB, consapevole che l'infanzia esprime una propria "cultura" e non rappresenta soltanto una stagione dell'esistenza umana, sottolinea l'esigenza della diffusione di una corretta cultura dell'infanzia che riconosca i bambini come soggetti dotati di spettanze proprie, "cittadini" di una comunità aventi pari dignità rispetto agli adulti.

6. Attuazione dei diritti.

Il CNB raccomanda la concreta attuazione della Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo (Nazioni Unite 20.11.89), richiamando il diritto ad un'informazione corretta, che sia diretta a promuovere il benessere sociale, spirituale e morale del bambino nonché la sua salute fisica e mentale. La Convenzione impegna gli Stati ad "incoraggiare i mass media a divulgare informazioni e materiali che abbiano un'utilità sociale e culturale per il fanciullo", a promuovere la cooperazione internazionale al fine di "produrre, scambiare e divulgare informazioni e materiali provenienti da varie fonti culturali, nazionali ed internazionali" e a favorire "l'elaborazione di principi direttivi appropriati destinati a proteggere il fanciullo dalle informazioni e dai materiali che nuocciono al suo benessere".

7. Linee-guida.

Il CNB sottolinea l'esigenza di elaborare linee-guida di carattere scientifico ed etico per una più concreta valutazione delle diverse attività di informazione e comunicazione dirette all'infanzia, allo scopo di garantire la necessaria attenzione ai suoi specifici bisogni e protezione contro le diverse forme di violenza fisica o virtuale. A tal fine raccomanda che fra i compiti dell'Osservatorio nazionale per l'infanzia, istituito con legge n.451 del 1997 presso il Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri, si preveda quello di monitorare e valutare l'attività di informazione e comunicazione mediale destinata ai minori. E' inoltre necessario dotare l'Autorità Garante delle Telecomunicazioni degli strumenti necessari a garantire i diritti dei minori nei confronti dei media. In particolare si sollecita l'istituzione del Consiglio nazionale degli utenti previsto dalla L. 31 luglio 1997, n.249.

8. Spazi di gioco.

Il recupero di spazi di gioco, fondamentali per lo sviluppo, di comunicazione e attività creative, alternativi rispetto ai media, il sostegno alle responsabilità familiari, perché migliorino le relazioni domestiche e diminuisca il disagio minorile dovrebbero costituire obiettivi primari ai quali indirizzare gli interventi pubblici, tra cui quelli del Fondo nazionale per l'infanzia e l'adolescenza (l. 285.1997).

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