I Pareri del Comitato
VIOLENZE, MEDIA E MINORI
25 maggio 2001
Presentazione
Il tema della violenza è stato affrontato dal Comitato
Nazionale per la Bioetica (CNB) nella prima riunione plenaria
dopo il suo rinnovo, il 22 aprile 1999. Il prof. Sgreccia e altri
membri del Comitato hanno presentato, in quella sede, un'ampia
documentazione sulle forme attuali della violenza e sui problemi
bioetici che ne derivano o che stanno alla base del fenomeno. E'
apparso subito il rischio di genericità, che il CNB
avrebbe corso affrontando un tema così ampio. D'altra
parte, l'attenzione dell'opinione pubblica e degli specialisti si
andava concentrando maggiormente sulla condizione dell'infanzia,
intorno alla quale il CNB aveva già espresso diversi
pareri quali: Trapianti di organi nell'infanzia (21.1.1994),
Bioetica con l'infanzia (21.1.1994), Venire al mondo
(15.12.1995), Infanzia e ambiente (18.7.1997).
Tale condizione è caratterizzata oggi da maggiori
diritti e maggiori libertà, da opportunità mai
conosciute nel passato, ma anche da condizionamenti e da forme di
sfruttamento, indottrinamento e reificazione. E' difficile
valutare se le violenze verso i minori sono cresciute, rispetto
al passato, oppure sono soltanto più note e più
evidenti. Comunque, oggi esse affiorano in modo esplicito
nell'informazione, turbano in profondità la coscienza di
molti e non possono essere trascurate nelle loro implicazioni
morali. Esse mutano inoltre nella tipologia, negli agenti e nelle
vittime. Infine, è apparso chiaro che tra le violenze
reali e le violenze virtuali, quali sono raffigurate nei media,
non esiste una linea netta di demarcazione bensì un
intreccio e un reciproco sistema di influenze.
Per questi motivi, il CNB ha deciso di scegliere come tema il
rapporto fra violenza, media e minori, e di costituire un gruppo
ad hoc, che è stato coordinato dalla prof. Anna Oliverio
Ferraris (assistita dalla dott. Mariella Caporale della
segreteria scientifica del CNB) e formato dai colleghi Luisella
Battaglia, Maria Caporale, Isabella Maria Coghi, Francesco
D'Agostino, Gilda Ferrando, Laura Guidoni, Adriana Loreti
Beghè, Luca Marini (in qualità di esperto esterno),
Maria Eletta Martini, Giuseppe Savagnone, Elio Sgreccia, Silvia
Vegetti Finzi, Tullia Zevi.
Il gruppo si è riunito più volte, a partire dal
24 settembre 1999, e sono subito affiorate due questioni. La
prima ha riguardato la rilevanza bioetica dell'argomento; la
seconda se fosse corretto intitolare il parere alla "violenza dei
media sui minori". Questa formulazione è stata scartata
perché avrebbe implicato un giudizio unilaterale sulla
funzione dei moderni media, che come (e più) di ogni altro
strumento possono avere utilizzazioni repressive o promozionali,
distorcenti o liberatorie nei confronti dei minori.
La questione delle rilevanza bioetica dell'argomento è
emersa con maggiore chiarezza, man mano che si procedeva
all'esame dei contributi da parte dei membri del gruppo, e i
lettori la potranno valutare dall'esame del testo conclusivo. La
discussione ha evidenziato la complessità della questione
e l'opportunità di esaminare i diversi aspetti dedicando
ad essi una trattazione più specifica contenuta nei
seguenti capitoli: i profili storici e psicologici della violenza
sui minori; i bambini quali oggetto di cure e di violenze; la
funzione dei media e dello spettacolo e le prospettive future;
l'immagine dei minori nel diritto; la disciplina comunitaria in
materia di media e minori; la legislazione nazionale; i codici di
autoregolamentazione; la disciplina delle pubblicità in
Internet.
Il documento, frutto della rielaborazione di questi contributi
e dell'apporto di molti membri del Comitato, è stato
portato in discussione all'attenzione dell'assemblea plenaria del
CNB il 24 maggio 2001. Dopo le numerose osservazioni e i
suggerimenti, in base ai quali il testo è stato modificato
in più punti, esso è stato approvato
all'unanimità nella seduta plenaria del 24 maggio
2001.
Roma, 25 maggio 2001
Prof. Giovanni Berlinguer
1. Profili storici e psicologici
Nel documento Bioetica con l'infanzia (22 gennaio 1994) del
CNB la cultura infantile è stata indicata come tema
centrale del dibattito bioetico per il suo interesse intrinseco e
perché l'infanzia ha un ruolo fondamentale nella struttura
delle dinamiche relazionali di una comunità.
Nel documento Infanzia e ambiente (18 luglio 1997) si
denunciavano i rischi di una crescente difficoltà per le
giovani generazioni di individuare valori positivi di riferimento
come conseguenza del "rumore" informativo e del mancato controllo
dei messaggi diffusi attraverso i nuovi canali dell'informatica e
della comunicazione virtuale, e di una crescente indifferenza nei
confronti della violenza, vissuta come gioco, un crescente
disordine nelle conoscenze; si richiamava la necessità di
sviluppare nei minori strumenti critici tali da porli al riparo
da "suggestioni distorcenti". Anche la Convenzione internazionale
dei diritti del fanciullo stabilisce il primato dell'interesse
dei minori. E' evidente che tale interesse debba essere promosso
in relazione con quello dei genitori, della famiglia e con le
vicende e le realtà sociali che caratterizzano la vita
quotidiana di questi anni. E' necessario sapere impostare
correttamente tali dinamiche relazionali, proprio a partire
dall'inesperienza dei bambini e dalla dipendenza che essi hanno
nei confronti degli adulti e del loro mondo. Tale dipendenza si
verificava in passato sia nell'ambito delle figure di
attaccamento tradizionali, sia delle relazioni sociali
extra-familiari che interessavano il bambino: in genere si
trattava di forme di dipendenza concreta, legate a dinamiche
affettive relazionali con delle persone reali.
Con lo sviluppo dei media, di un mondo ricco di immagini e una
fiction che prospetta realtà parallele, la dipendenza
affettiva di molti bambini si è andata man mano spostando
al di là dei rapporti concreti con gli adulti e gli altri
bambini che li circondano. Si è così man mano
venuta a stabilire una forma di dipendenza da messaggi che
provengono dagli schermi, anche grazie alla capacità che
il mondo multimediale esercita sulla mente infantile,
suscettibile alla carica penetrante delle immagini che i bambini
più piccoli assimilano, in tutto e per tutto, alla
realtà concreta. Man mano si sono così verificate
forme di dipendenza che vanno dalle dinamiche affettive - spesso
sostitutive rispetto a quelle reali - a quelle connesse ai
consumi, in quanto spot palesi o occulti generano una dipendenza
nei piccoli spettatori che vengono gradualmente accompagnati
nella crescita verso una visione del mondo essenzialmente
consumistica.
La sensibilità nei confronti di queste nuove dipendenze
è andata man mano aumentando grazie anche all'opera di
sensibilizzazione degli psicologi, dei pedagogisti e dei
sociologi tra cui esiste una crescente consapevolezza del ruolo
che hanno i media nel determinare gusti, modelli di riferimento,
mode, attese, desideri, acquisti. Com'è noto, la
sensibilità generalizzata nei confronti dell'infanzia
è maturata in epoca moderna grazie alle trasformazioni
dello stile di vita, all'istruzione obbligatoria, alla nascita
della pediatria e alle crescenti conoscenze in campo
psicologico.
Nell'Europa dell'Ancien Régime gli atteggiamenti della
maggior parte degli adulti verso i bambini non erano guidati da
una razionalità pedagogica, né da una chiara
consapevolezza delle esigenze dei bambini nelle varie età:
ognuno agiva secondo l'intuito, la propria sensibilità
personale e spesso sotto la pressione di problemi di
sopravvivenza. Gli interventi degli adulti sui bambini potevano
essere di tipo affettuoso, ma anche molto duri e rappresentare
quindi un grosso rischio sia per la sopravivenza fisica del
bambino che per un suo equilibrato sviluppo psichico. Molti
neonati, soprattutto se illegittimi, venivano soppressi alla
nascita o abbandonati. Altri non sopravvivevano alle malattie
esantematiche, alle cattive condizioni igieniche e al baliatico.
Il maltrattamento era diffuso così come le punizioni
corporali e l'abitudine di spaventare i bambini a scopo
disciplinare.
Come risulta dagli studi sull'infanzia nell'Ancien
Régime, i più a rischio erano gli illegittimi, gli
handicappati (frutto, si pensava, dei peccati dei loro genitori e
accusati di stregoneria) e i trovatelli. Questi ultimi erano
spesso sfruttati da chi li trovava e li allevava come schiavi,
mendicanti e non di rado avviati precocemente alla prostituzione.
Il destino di questi bambini era così tragico che quando
Vicenzo de Paoli, nella Francia del XVII secolo,
incominciò ad occuparsi di loro con iniziative
caritatevoli, denunciò la situazione usando l'espressione
"strage degli innocenti". Da allora la riflessione sulle forme di
sfruttamento e violenza cui erano sottoposti i bambini è
andata gradualmente sviluppandosi nel mondo occidentale, sia pure
con sensibilità diverse da Paese a Paese.
Le analisi sulla condizione dell'infanzia nella rivoluzione
industriale descritte da Charles Dickens hanno ad esempio
preceduto quelle che hanno avuto luogo in Italia ai primi del
Novecento o quelle che hanno interessato la condizione
dell'infanzia in Sicilia intorno (ad esempio, i minatori bambini
nelle solfatare) agli anni Cinquanta del secolo scorso. Sia pure
attraverso una distribuzione geografica a pelle di leopardo in
Europa si è man mano affermato il concetto che l'infanzia
va protetta anche da forme di dipendenza psicologica, considerate
alla stregua di altre forme di violenza fisica: per esempio, gli
atteggiamenti di paesi ad alto benessere come la Svezia sono ben
diversi rispetto a quelli di altri paesi europei come la Turchia
in cui il lavoro minorile è ancora una realtà
nell'ambito di un quadro economico e di livelli di benessere
ancora arretrati.
Oggi, l'attenzione per l'infanzia ha varcato i confini
dell'Occidente ed esiste una continua pressione non soltanto
contro forme di schiavitù che riguardano alcuni paesi
africani, ma anche contro forme di sfruttamento minorile
frequenti in Asia e di altre forme di violenza concreta e
psicologica. Già all'inizio degli anni Ottanta la
psicopedagogista americana Mary Winn notava come nella
società occidentale stesse finendo l'era della protezione
dell'infanzia, inaugurata da Rousseau, e si stesse invece
entrando nell'era dell'iniziazione. <> scriveva la Winn
<> (Bambini senza infanzia. Armando, 1981).
Per motivi diversi molti bambini sono indotti a crescere in
fretta. L'età della prima mestruazione si è
abbassata nei paesi occidentali e molti bambini e bambine vengono
precocemente in contatto con tematiche come i rapporti di coppia,
il sesso, le violenze e realtà come il consumismo, i
modelli proposti dai media. Per i bambini del Terzo Mondo e
immigrati in occidente, la spinta a crescere in fretta è
invece dovuta ad altri fattori quali la povertà, gli
stress ambientali, l'immissione precoce nel mondo del lavoro e a
volte in quello dei conflitti bellici. I bambini risentono del
tipo di ambiente in cui vivono e rispondono alle sollecitazioni
che ricevono, al tempo stesso però i tempi di crescita del
loro sistema nervoso e in particolare del cervello continuano ad
essere scanditi dai tempi biologici. Il cervello finisce di
crescere intorno ai 18-20 anni.
Le ricerche effettuate in ragazzi tra i 12 e i 20 anni
dimostrano, ad esempio, che la corteccia frontale, da cui
dipendono la pianificazione e l'organizzazione di molti
comportamenti, la regolazione dell'emotività e
l'inibizione di risposte "non appropriate", matura molto
più lentamente di altre aree della corteccia cerebrale.
Analoga lentezza si verifica anche a livello dei gangli della
base (come il corpo striato), strutture nervose che sono
fortemente coinvolte nell'apprendimento di eventi ricorrenti -
come alcune "regole" o generalizzazioni - , nell'emozione, nella
motivazione. In sostanza, la maggior età cerebrale
è abbastanza tardiva, spesso oltre i 18 anni. Bruciare le
tappe della crescita biologica può essere visto come un
vantaggio da coloro che vogliono potenziare il rendimento dei
bambini, ci sono però anche dei rischi relativi ad uno
sviluppo armonico della personalità dell'individuo. Uno
degli errori che viene spesso fatto è quello di confondere
intelligenza e apprendimento con maturità. I bambini sono
intelligenti, nel senso che sono curiosi e aperti al mondo e
possono imparare rapidamente: sono capaci di assorbire molte
informazioni, di imitare i comportamenti degli adulti; ciò
però non significa che siano maturi. La maturità
implica esperienza, riflessione, cultura.
Un altro aspetto che non viene abbastanza considerato riguarda
la maturazione emotiva che non coincide necessariamente con
quella cognitiva: a volte ansia, paura, insicurezza sono dovute
proprio al fatto che il bambino capisce più di quanto non
possa tollerare sul piano emotivo.
2. Bambini: oggetto di cure e di violenze
L'infanzia è oggi segno di contraddizione. Da una parte
assistiamo, molto più che nel passato, ad un crescendo di
interesse ed attenzione nei confronti dell'universo infantile; i
bambini sono fatti oggetto delle cure e della riflessione, del
desiderio del mondo adulto, vengono assunti come destinatari
privilegiati di specifiche convenzioni internazionali, in nome
della tutela di diritti fondamentali quali la vita, la salute,
l'integrità fisica e psichica del soggetto (vedi CNB,
Infanzia e ambiente, 18 luglio 1997); dall'altra si moltiplicano
gli abusi e le violenze nei confronti dell'infanzia. Troppi
bambini sono ancora vittime di forme di sfruttamento di diversa
gravità: dal lavoro minorile (giovani immigrati che
lavorano clandestinamente come operai; bimbi che compaiono in
spot pubblicitari o in programmi televisivi che li
strumentalizzano) allo sfruttamento sessuale (in famiglia o
all'esterno come nel caso del turismo sessuale pedofilo
organizzato in paesi del Terzo mondo o come in un recente caso
accaduto a Roma in cui oltre un centinaio di bambini sarebbero
stati adescati dal sedicente "Fronte di liberazione dei
pedofili") al loro utilizzo come soldati, in alcuni paesi in
guerra. Queste forme di sfruttamento, precoci e gravi,
danneggiano quasi sempre in modo irreversibile, sul piano
psicologico e fisico, i soggetti che ne sono oggetto.
Per quanto riguarda il fenomeno della pedofilia organizzata
nei paesi del Terzo Mondo il primo Congresso mondiale contro lo
sfruttamento sessuale dei bambini tenutosi a Stoccolma (27-31
agosto 1996) ha fornito le seguenti allarmanti cifre: 500.000
bambini in India e in Cina 400.000 in Thailandia 60.000 nelle
Filippine 30.000in Sri Lanka 10.000 in Bangladesh altri e altre
giovanissime prostitute e prostituti sono nell'America del Sud
(Brasile, Colombia, Perù) e in Europa (soprattutto nei
paesi dell'Est). E' noto che la maggior parte dei bambini che
vengono sfruttati sessualmente muoiono in giovane età a
causa delle infezioni e delle stressanti condizioni di vita.
Accanto a forme tanto clamorose di violenza psicofisica ve ne
sono altre che si configurano nelle forme dell'esposizione alla
violenza, della trascuratezza, dell'abbandono, dello sfruttamento
commerciale, di gravi restrizioni di quelle che sono le normali
esigenze di movimento e di gioco della crescita. A generare
queste forme di violenza - di maggiore o minore intensità,
di maggiore o minore visibilità - contribuisce, oggi, sia
l'ambiente concreto di vita che, in una certa misura, gli spazi
virtuali dei media di massa. Per quanto riguarda il primo, molti
bambini oggi crescono in quartieri e famiglie violente, dove fin
da piccoli si abituano all'illegalità, ai modi della
criminalità spontanea e alle regole di quella organizzata.
Questi quartieri sono spesso in stato di abbandono, privi di
strutture aggreganti, di spazi in cui i più piccoli
possano incontrarsi e giocare senza dover temere assalti o
prepotenze.
L'esposizione quotidiana, nell'infanzia, allo squallore di
edifici antiestetici e decadenti, alla violenza urbana, a forme
di criminalità estemporanea dirette o indirette,
all'inciviltà e all'inquinamento non soltanto chimico ma
anche sonoro, ha una serie di conseguenze negative che sono state
studiate e descritte: produce nei bambini uno stato di disagio
emotivo generalizzato; non consente il formarsi di relazioni
sociali esterne alla famiglia basate sulla reciproca fiducia;
favorisce i comportamenti aggressivi (bullismo); induce problemi
scolastici; genera sintomi psicosomatici diversi, ad esempio uno
stato di fatica cronica frutto dello stress. I bambini sono
infatti attrezzati per far fronte alle situazioni di emergenza,
ma se l'emergenza diventa cronica, la loro capacità di
resistenza è messa a dura prova. Essi inoltre imparano gli
stessi comportamenti devianti dei ragazzi più grandi e
degli adulti.
3. Migliorare le condizioni di vita
Migliorare le condizioni concrete di vita è un primo
indispensabile passo nella direzione della prevenzione del
crimine, dell'abbandono scolastico, degli abusi verso i minori e
un punto di partenza per dare a questi ultimi la
possibilità di crescere in un clima di sereno sostegno. I
bambini devono essere considerati i segnalatori del disagio di
una società, comunità o aggregato umano che dir si
voglia. Un'attenzione alle loro specifiche esigenze si traduce,
infatti, in un vantaggio anche per giovani, adulti e anziani.
Prendiamo il caso dell'inquinamento atmosferico. E' stato
dimostrato che i bambini sono più suscettibili degli
adulti agli effetti dell'inquinamento chimico. Stabilire delle
regole sul controllo dei livelli di inquinamento cittadino che
siano consone alle esigenze fisiche dei minori, si trasforma
automaticamente in un beneficio per tutta quanta la popolazione.
In maniera simile anche al disagio psicologico dei bambini si
può guardare ad una forma di indicatore dei problemi della
struttura sociale: spesso i disadattamenti dei bambini ci parlano
di un'organizzazione familiare complessa, di una scuola che
potrebbe essere migliorata, di strutture sociali carenti, di
mancanza di spazi che rispondano alle necessità del gioco
e dello sviluppo.
Per crescere, integrarsi nella società, sviluppare una
fiducia di base, soddisfare le numerose curiosità e poter
poi diventare, in ultima analisi, dei cittadini consapevoli e
interessati al benessere della comunità, i bambini hanno
bisogno di fare, nel corso di tutta l'infanzia, esperienze
dirette e concrete in ambienti sufficientemente sereni e
accoglienti (né minacciosi né iperprotettivi).
Devono anche poter giocare con altri bambini e muoversi negli
spazi del loro quartiere, città o paese, con relativa
tranquillità. Essi hanno bisogno di zone verdi, di spazi
gioco, di piste ciclabili, di piazze libere dal traffico e anche
di strutture-giochi ad accesso libero con cui poter fare tutte
quelle attività psicofisiche di cui hanno bisogno per
esplorare, risolvere problemi, sviluppare iniziativa, coraggio,
fantasia e per socializzare con bambini di età diverse. E'
compito degli adulti creare ambienti urbani in cui tutto
ciò sia possibile: in alcuni casi si tratterà di
recuperare spazi un tempo frequentati dai bambini, in altri di
crearne di nuovi. La scuola può essere in molti casi un
punto di riferimento e di aggregazione, il luogo anche in cui si
organizzano viaggi e visite a scopo sociale e culturale. Gli
studi sulle personalità creative mostrano che le
potenzialità intellettive e i talenti individuali non si
esprimono comunque e dovunque, ma soltanto in contesti familiari
e sociali con determinate e ricorrenti caratteristiche: poter
disporre di buoni maestri ed entrare in contatto con gli aspetti
più avanzati della cultura del presente e del passato sono
due condizioni irrinunciabili.
4. Il ruolo dei mass media e dello spettacolo
Che i bambini di oggi vengano a contatto col mondo dei mass
media e con le diverse realtà virtuali create dai
videogiochi, da Internet e dai fumetti è un fatto normale.
Questo mondo parallelo è stimolante, non deve però
essere così invasivo da sostituire le esperienze che i
bambini - soprattutto i più piccoli - devono fare, in
primo luogo, nel mondo reale. Bisogna anche considerare l'impatto
che una sovraesposizione può avere sulle loro menti,
quando non sono ancora in grado di distinguere la realtà
dall'invenzione, il vero dal verosimile e sono privi di quella
maturità che consente di inquadrare e valutare messaggi di
origine diversa e spesso in contrasto tra loro. Né vanno
sottovalutati i rischi per quei soggetti cosiddetti fotosensibili
che, in seguito a determinati stimoli visivi, vengono colti da
crisi convulsive. Di fronte agli stessi stimoli (movimenti a
scatti e veloci, lampi, luci intermittenti), altri bambini, non
predisposti agli attacchi epilettici, possono accusare vertigini,
sensazioni di nausea e affaticamento.
Oggi molti cercano di vendere ai bambini dei prodotti e per
raggiungere questo obiettivo utilizzano ogni genere di
spettacolo, senza preoccuparsi di quelle che sono le esigenze di
crescita nei diversi stadi dello sviluppo e le differenze
individuali. Nel campo dei videogiochi, ad esempio, con la scusa
che "la violenza è il mezzo per attrarre il giocatore e
non il fine" viene inviato ogni tipo di messaggio. Ecco, a titolo
d'esempio, alcuni brani tratti dalla rivista Play Station
Magazine, una vetrina significativa dell'universo dei
video-giochi, delle cui novità fornisce mensilmente un
panorama: "Nel Grand Theft Auto il vostro scopo è quello
di ritagliarvi il vostro spazio ai vertici del mondo sotterraneo
del crimine metropolitano, guadagnando sempre più potere,
infamia, rispetto e ovviamente danaro, scrivendo il vostro nome
sulle pagine della storia del crimine… Consegnare un
carico di droga o di denaro sporco, contrabbandare, effettuare
rapimenti e distruggere edifici sono solo alcune delle tante
missioni (più di duecento) che vi consentiranno di
aumentare il punteggio... In pratica se fate qualcosa di
immorale, illegale o semplicemente cattivo, sarete ricompensati
adeguatamente. In Residente Evil "rottami d'auto e orribili
cadaveri putrefatti ingombrano le strade, le fiamme lambiscono
gli edifici. Le immagini raccapriccianti di corpi dilaniati, le
cui gambe continuano a camminare verso lo schermo, mentre il
tronco procede trascinandosi per terra, si susseguono con un
ritmo incalzante che risucchia il giocatore in un gioco
terrificante che dura dalle 10 alle 15 ore."
L'ultimo prodotto in fatto di videogiochi violenti è
Hitman, che insegna ad "uccidere il proprio padre" con un colpo
ben assestato. C'è chi sostiene che questo tipo di giochi
è innocuo (i messaggi vanno letti in chiave metaforica,
non letterale) e ha un potere catartico. In realtà il
problema di questi videogiochi, al di là delle scene
violente e dei messaggi distruttivi che veicolano (che non tutti
i giocatori leggono in chiave metaforica), sta soprattutto nel
fatto che il giocatore, immerso totalmente e per ore intere in
una dimensione fantastica (negli ultimi videogiochi il giocatore
è immerso in uno spazio 3-D e può "muoversi" a
360°), vive una sensazione di inebriante e assoluta
libertà di movimento che si traduce in un senso di
onnipotenza e di totale impunità: le iniziative violente e
le scelte criminali del giocatore non vengono mai punite ma
sempre premiate. Inoltre chi gioca è assolutamente al
sicuro da ogni aggressione reale e ciò alimenta la
divisione corpo-mente e la irresponsabilità delle proprie
azioni. I videogiochi non sono certo all'origine delle violenze
nel mondo reale ma possono, con la filosofia sottesa alle loro
storie (non mostrando le conseguenze reali, non dando la
possibilità di fare scelte diverse), legittimarla, creare
cioè un clima psicologico favorevole alle violenze e
deresponsabilizzante nei confronti degli atti aggressivi. Va
anche ricordato che la violenza di uno spettacolo non risiede
soltanto nel contenuto della storia, ma anche nelle
modalità tecniche con cui la storia viene realizzata:
inquadrature e sequenze molto brevi, movimenti rapidissimi,
lampi, esplosioni, rumori minacciosi e musiche incalzanti, colori
che cambiano in continuazione ecc. creano uno stato di
ipereccitazione del giovane spettatore che può cercare
successivamente uno sfogo nell'atto aggressivo o violento.
Ciò non significa che tutti i videogiochi siano violenti;
molti sono originali e intelligenti, non fanno ricorso alla
violenza, sia nel contenuto che nella modalità espressiva
e stimolano la fantasia e le capacità cognitive. Sono
anche stati progettati nuovi giochi real time 3-D con messaggi
diversi, in cui, ad esempio, si pone il giocatore davanti ad
alternative: scelte responsabili o scelte devianti o asociali.
Chi gioca subisce e vede poi le conseguenze delle proprie
decisioni. Oggi i bambini vedono moltissime scene di violenza in
televisione, sia nei cartoni animati che nei film, nei
telegiornali e nei programmi di attualità.
La violenza, come il sesso e il dolore, viene utilizzata in
eccesso da registi e programmatori perché attira
l'attenzione degli spettatori e fa audience. E' noto che i
gestori delle tv sfruttano in vari modi l'emotività del
pubblico a fini commerciali. Si è discusso molto sugli
effetti che questo uso eccessivo e strumentale della violenza
può avere su delle menti in formazione.
Quarant'anni di ricerche (nel '71 gli studi fatti sul rapporto
bambini televisione erano 550, nel '90 il numero era già
salito a 3.000) portano a concludere che l'esposizione ripetuta
ad elevati livelli di violenza insegna ad alcuni bambini e
adolescenti ad affrontare le divergenze di opinione e le
differenze interpersonali con la violenza, mentre ad altri, la
maggioranza, insegna l'indifferenza di fronte alle soluzioni
violente. Sotto l'influenza dei media, bambini sempre più
giovani imparano ad usare la violenza come prima alternativa
nella soluzione dei conflitti, invece che come ultima. Altri
invece, ormai desensibilizzati, trovano "normali" anche violenze
efferate di fronte a cui restano impassibili.
I bambini più a rischio sono, in base ai risultati
ottenuti da diversi studi, quelli che in media trascorrono tre o
quattro ore al giorno davanti al piccolo schermo. Esiste infatti
un effetto cumulativo (che generalmente viene ignorato dai
Garanti che si concentrano invece sulla "nocività" del
singolo prodotto) che fa sentire i propri effetti nel tempo.
Naturalmente, gli spettacoli violenti non uccidono la gente,
possono però incoraggiare i comportamenti antisociali
fornendo idee, modelli e a volte anche "istruzioni per l'uso"
molto precise. Gli effetti dei media non sono insignificanti. E'
ben noto e documentato, ad esempio, l'effetto imitazione che
suscita il suicidio di una celebrità dello spettacolo. A
distanza di anni, il suicidio di Kurt Cobain (avvenuto nel 1994),
rock star del gruppo dei Nirvana, viene ancora imitato da alcuni
suoi fans. Analogamente, nel 1978 il film sul Vietnam Il
cacciatore in cui la nota star americana Robert De Niro recitava
una scena di ruolette russa, portò nel giro di pochi
giorni alla morte di ventisei persone che, come altri più
fortunati, avevano ripetuto quel gioco nella realtà.
Più di recente, versi delle canzoni di Marilyn Manson,
(cantante pop satanico noto per messaggi quali "uccidi i tuoi
genitori", "il futuro è transessuale", "sono stato creato
per spaventare a morte chi non mi capisce" e per mimare scene di
stupro sul palcoscenico) sono state trovate sul diario delle
ragazze che hanno ucciso una suora a Chiavenna.
La letteratura riporta molti casi analoghi che dimostrano
come, sotto l'effetto di scene "forti", alcuni spettatori tra i
più giovani si lascino trasportare dall'emotività e
dalla spinta ad imitare - nella realtà o nella finzione -
le azioni di un personaggio carismatico, al centro
dell'attenzione collettiva. Questo non significa, ovviamente, che
alcune notizie non dovrebbero essere riportate; ma indica come lo
spazio che i media riservano a questo tipo di notizie e la loro
spettacolarizzazione abbia, di fatto, l'effetto di incrementare,
in misura statisticamente significativa, il numero dei suicidi e
altre forme di violenza. La controprova è che spettacoli
educativi e intelligenti, come ad esempio il notissimo Sesame
Street che, negli anni Settanta negli Stati Uniti fu pensato per
i bambini culturalmente svantaggiati ebbe effetti molto positivi
sull'apprendimento, la cooperazione, il comportamento prosociale,
la sicurezza e l'autostima dei bambini che lo guardarono
regolarmente. L'età è un'altra dimensione
fondamentale, che spesso non viene tenuta in sufficiente
considerazione. Ciò che è "reale" per un bambino al
di sotto dei 9 anni è molto diverso da ciò che
è "reale" per un adolescente o un adulto. A sei anni un
bambino può considerare possibile, nella realtà,
una situazione o una soluzione che invece è possibile
soltanto nella fiction. Da varie ricerche si apprende anche che,
sebbene i bambini sappiano, già a partire dai tre-quattro
anni, che le scene di violenza che si possono vedere nei cartoni
sono meno reali di quelle che si vedono in altri programmi,
ciononostante il loro livello di aggressività aumenta
ugualmente quando l'esposizione è ripetuta .
Una sottile forma di manipolazione (o violenza psicologica)
è quella che si verifica attraverso la gran massa di spot
pubblicitari diretta ai bambini, che interrompono i programmi
televisivi ad essi dedicati anche se ciò è in
contrasto con la già blanda legge Mammì del 1990.
Alcuni programmi poi, come Pokèmon e Teletubbies, sono
essi stessi veicoli di pubblicità. Bambini di soli 16/18
mesi sono già considerati dei target da conquistare
cosicché, sfruttando il potente meccanismo del riflesso
condizionato, i pubblicitari cercano di legare in un "rapporto di
lealtà" i bambini ai vari prodotti.
Le ditte che sponsorizzano i prodotti per l'infanzia spendono
in pubblicità venti volte di più rispetto a dieci
anni fa e ne hanno dei ritorni enormi. I pubblicitari difendono i
loro prodotti affermando che si tratta di opere d'arte e di fatto
alcune lo sono, il punto però non è questo ma se
è lecito modellare la mente infantile, che tende ad
assorbire in piena fiducia senza stabilire una distanza di
sicurezza dal messaggio. Molti spot inducono al consumo di
prodotti alimentari non genuini, colmi di conservanti, che
favoriscono l'obesità ed è noto che
l'obesità infantile ha pesanti ripercussioni non soltanto
sulla salute del bambino ma anche del futuro adulto (disturbi
cardiavascolari, ipertensione, diabete, problemi psichici e della
vita di relazione).
In Svezia, Norvegia, Austria, Fiandre (Belgio) non ci sono
pubblicità né durante i programmi televisivi
rivolti ai bambini, né prima e né dopo. In Grecia
sono state vietate tutte le pubblicità di giocattoli. E'
possibile che nei prossimi anni vengano varate delle direttive
europee - restrittive rispetto a quelle italiane - sulle
pubblicità dei giocattoli e dei cibi per bambini. Internet
è una grandissima e irrinunciabile risorsa. C'è
però chi la utilizza nel modo peggiore. Sui siti pedofili
si può trovare non solo pubblicità di materiale
pornografico, ma anche lettere di questo tenore rivolte ai
bambini: Probabilmente qualcuno ti ha detto che "puoi dire di
no". Forse ti avranno spiegato che cosa significa: se qualche
adulto ti chiede di fare delle "cose", non devi farle. Questo
ovviamente non si riferisce al fatto che tua madre ti dice di
lavarti i denti… si riferisce solo a certi adulti e a
certe cose. Bene, ricorda solo una cosa: se puoi dire di no, puoi
anche dire di si. Questo significa che se ti senti di fare
qualcosa , hai il diritto di farlo. Non importa ciò che ti
ha detto il tuo insegnante. Perché è un diritto.
Sei tu che puoi scegliere. Talvolta gli amici con i quali ti
diverti ti dicono di non raccontare agli altri quello che avete
fatto insieme. Questo capita spesso quando i tuoi amici sono
degli adulti. Il motivo di ciò è semplice: se la
gente scopre che hai fatto delle "cose" con un amico adulto (o
una amica), può farlo andare in prigione e rovinargli la
vita. Specialmente se il tuo amico è un uomo, o anche solo
un ragazzo più grande. Perciò il tuo amico ha
paura. A questo punto tu dovresti fare una scelta. Se senti che
quella persona è stata buona e sincera con te e che non si
merita di essere punita, dovresti aiutarlo a non raccontare a
nessuno, nemmeno ai tuoi amichetti, quello che è successo.
Prima di raccontare a qualcuno chiedi a te stesso: "il mio amico
merita di andare in prigione?". Può darsi di sì, ma
per favore pensaci prima o potresti pentirtene dopo. Oh,
c'è un'altra cosa. Sai cosa capita a te quando la gente lo
scopre? Bene, vai in terapia. Terapia vuol dire che devi
sottostare a qualcuno che cercherà di convincerti che
tutto quello che hai fatto con il tuo amico è stata una
cosa orribile e che il tuo amico stesso è una persona
orribile. Quindi, pensaci molto bene! [lettera aperta
dell'associazione "The Slurp"] Un'altra forma di sfruttamento dei
minori su cui è bene riflettere è il loro utilizzo
come attori di spot e film violenti o pornografici.
L'osservazione non si riferisce, ovviamente, al mezzo in quanto
tale, ma all'uso che ne viene fatto; esistono, infatti, esempi di
partecipazione di bambini a film di alto livello artistico e
morale. Per quanto riguarda i film e gli spot esiste in proposito
una normativa che però non considera a sufficienza quali
possono essere gli effetti psicologici sul protagonista quando
questi prende parte a riprese di scene violente o di sesso in
film destinati agli adulti o è costretto ad ascoltare
dialoghi su problematiche scabrose.
Per quanto riguarda i video pornografici pedofili è
noto che singoli pedofili e organizzazioni - come quella
recentemente scoperta a Roma che fa capo al "Fronte di
liberazione dei pedofili" - utilizzano i bambini come attori per
i loro video. In un articolo comparso in Internet col titolo La
pornografia infantile, il grande orco cattivo, si sostiene che il
bambino che recita un ruolo sessuale a fini pornografici sta
svolgendo un "lavoro" come qualsiasi altro professionista del
settore. Si, ammette, in questo scritto, che le foto e le
pellicole di recente produzione sono più violente e i
volti dei bambini sono spesso "non felici", ci si dice
però certi che almeno il 50% di loro non dà segni
di sofferenza o di coercizione. Del restante 50% non viene detto
nulla. Nel volume I santi innocenti di C. Camarca troviamo la
descrizione di una delle tante fotografie che circolano tra i
cultori del genere: La bambina avrà undici anni. Seduta
nel centro del letto matrimoniale coperto da una trapunta di lana
a forma di stella. Le unghie dei piedi pitturate di rosso. I
capelli biondo cenere sciolti sulle spalle. Gli occhi chiari
spalancati su un punto imprecisato fuori dall'inquadratura. Le
pareti della camera sono rivestite da una tappezzeria a fiori.
Gialli e arancioni. Il letto ha una spalliera in velluto. [...]
Una sedia in vimini. Sulla quale sono ripiegati dei pantaloni
maschili e una camicia a righe celesti. L'uomo è disteso
al suo fianco: non gli si vede il volto. La maggior parte delle
foto e dei film pornografici vengono prodotti in Europa e nel
Sud-Est Asiatico per poi essere esportati in vari paesi. I
bambini sono dunque raggiunti da forme diverse di violenza:
diretta, indiretta, fisica, psicologica, evidente, subdola. Ci si
potrebbe chiedere se questi problemi, che emergono con crescente
forza, non abbiano soltanto dei risvolti di tipo psicologico,
pedagogico o etico. In realtà, nel momento in cui questo
genere di messaggi - provenienti dal mondo reale e da quello
virtuale - hanno la capacità di raggiungere il corpo
infantile, influire sulla salute fisica e mentale dei bambini, di
modificarne le capacità di scelta e di agire non soltanto
sul singolo ma su un gruppo o una popolazione giovanile, il
problema diviene anche bioetico in quanto questi fattori incidono
su diversi parametri in cui è difficile scindere psiche e
corpo, mente e cervello.
Il tipo di ambiente in cui si vive, gli stimoli che si
ricevono in una età in cui si è molto recettivi,
modificano infatti le caratteristiche del sistema nervoso e della
personalità esercitando una forte influenza sul processo
della crescita. In questo senso il problema dei rapporti tra
infanzia e media ha una connotazione prettamente bioetica in
quanto interessa gli effetti dell'ambiente sulla psiche e sul
corpo.
L'opinione pubblica è in genere più sensibile
agli effetti nocivi esercitati dall'ambiente sul corpo anche
quando questi effetti sono legati a cause non tradizionali o di
cui ha minore conoscenza. Ne è esempio il recente
dibattito sul ruolo esercitato dai campi elettromagnetici sulla
salute pubblica e in particolare su quella infantile. Questo
è un esempio di una recente trasformazione di una
sensibilità collettiva, anche se in parte promossa da
gruppi politici. Questo mutamento della sensibilità lascia
perciò ritenere che anche il settore della psiche e dello
sviluppo infantile possa entrare a far parte della
sensibilità dell'opinione pubblica. Perciò il tema
dei rapporti tra media e sviluppo infantile potrebbe esser
recepito dall'opinione pubblica grazie ad una opportuna campagna
di sensibilizzazione che indicasse l'importanza di contrastare
diverse forme di dipendenza psicologica - o plagio - che riducono
un bene primario, un armonioso sviluppo psichico. Anche la scuola
può contribuire a questo processo di acculturazione
promuovendo al suo interno una "decostruzione" dei messaggi
mediatici, una discussione sui rapporti tra reale e immaginario e
non ultimo un apprendimento all'uso del mezzo televisivo. L'uso
del video-tape non rappresenta soltanto uno strumento per narrare
temi reali o fantastici, ma anche un mezzo per riflettere
sull'organizzazione del messaggio mediatico: in altre parole,
fare televisione nella scuola (producendo video durante le ore
previste di "formazione all'immagine") può contribuire a
decifrare le distorsioni dei messaggi che provengono dai numerosi
schermi.
5. L'immagine dei minori nel diritto
Anche l'immagine del minore riflessa nello specchio del
diritto è andata cambiando. La condizione del minore nella
famiglia e nella società si è radicamente
trasformata nella seconda metà del secolo scorso. Nei
codici dell'800 (ed in larga misura anche nel codice civile
italiano del 1942) il minore veniva inteso come "oggetto" dei
diritti degli adulti, soggetto ad una patria potestà che
si presentava come un'autorità con poteri pressoché
assoluti: si pensi che il code Napoleon (1804) riconosceva al
padre il potere di far mettere in carcere il figlio, ed il
giudice, chiamato ad attuare questa decisione, non aveva il
potere di sindacarla nel merito, operando piuttosto come longa
manus dell'autorità paterna. Il passaggio ad una
concezione del minore come soggetto di diritti prende l'avvio con
le dichiarazioni dei diritti che fanno seguito alla seconda
guerra mondiale, a partire dalla Dichiarazione universale dei
diritti dell'uomo, proclamata dall'Assemblea delle Nazioni Unite
il 10 dicembre 1948 (all'infanzia è riconosciuto il
"diritto ad un aiuto e ad un'assistenza particolari", "il
fanciullo, ai fini dello sviluppo armonioso e completo della sua
personalità deve crescere in un ambiente familiare in un
clima di felicità, di amore, di comprensione", deve essere
preparato "ad avere una vita individuale nella società",
educato "in uno spirito di pace, di dignità, di
tolleranza, di libertà, di eguaglianza e di
solidarietà"), dalla Dichiarazione dei diritti del
fanciullo adottata dall'Assemblea Generale dell'ONU il 20
novembre 1959, per giungere alla più recente Convenzione
internazionale sui diritti del fanciullo fatta a New York
dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e
ratificata dall'Italia con l. 27 maggio 1991, n. 176. Anche in
ambito europeo si affermano i diritti del minore nell'ambito
della famiglia e della società (v. art. 8 Convenzione
Europea sui diritti dell'uomo, Roma, 1950; art. 7, Carta sociale
europea, 1961; art. 24, Patto internazionale sui diritti civili e
politici, 1966), e nella recente Carta dei diritti fondamentali
dell'Unione Europea (Nizza novembre 2000) si enunciano all'art.
24 i fondamentali "diritti del bambino" ed il loro carattere
"preminente" su quello degli adulti. In questo stesso arco
temporale anche il diritto italiano registra un'autentica
inversione di tendenza. Ciò si deve in primo luogo
all'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, alla
garanzia, in essa contenuta, per l'eguaglianza e la
dignità della persona (art. 3), per i suoi diritti
inviolabili, anche nel contesto di formazioni sociali, quali la
famiglia, destinate a promuovere la crescita delle
personalità (art. 2); alla tutela assicurata ai minori
nell'ambito della famiglia (art. 30), della società (art.
31), delle istituzioni scolastiche (art.34).
In attuazione di questi principi le regole del diritto
familiare hanno subito profonde modifiche con la legge istitutiva
dell'adozione speciale, prima (l. n. 341/1967), e con la riforma
del diritto di famiglia, poi (l. n. 151/1975). Con espressione
enfatica, ma efficace, si è descritto il passaggio
dall'uno all'altro modo di intendere la condizione minorile come
un'autentica "rivoluzione copernicana", essendosi ormai spostato
il centro del sistema dagli adulti al minore, i cui diritti
assumono un valore preminente rispetto ai primi. La
potestà non costituisce più un "diritto", ma una
funzione, una "responsabilità"; il suo esercizio si fa
rispettoso delle "capacità, dell'inclinazione naturale e
delle aspirazioni dei figli" (art. 147 c.c.); al minore sono
risevati più ampi spazi di autonomia nelle decisioni che
lo concernono ( ad esempio, artt. 84, 250, 284, c.c.); se ne
garantisce la stessa identità personale (Corte cost.
n.13/1994).
6. Diritti del minore e forme di tutela
Il riconoscimento della dignità, dell'identità,
dell'autonomia del minore, in uno con quello della
responsabilità degli adulti e delle istituzioni nella
formazione della sua personalità sta alla base delle
dichiarazioni dei diritti che si sono ricordate.
Nello scorrere del tempo l'elenco dei diritti del fanciullo si
fa sempre più ricco e completo, segno di una nuova
consapevolezza delle sue esigenze e degli abusi cui è
esposto. Contemporaneamente si avverte, tuttavia, l'insufficienza
di queste dichiarazioni, per quanto significative, che rischiano
di ridursi a formule astratte, se non si dispone degli strumenti
necessari alla loro realizzazione. Si fa strada la consapevolezza
che alla proclamazione teorica dei diritti civili e sociali del
bambino fa riscontro la crescente esposizione dei giovani a
situazioni di rischio, e si accompagna la carenza di strumenti
concreti di attuazione. Va peraltro notato che la coscienza di
questa necessità va crescendo e si esprime anche in
provvedimenti legislativi ( l. 285/97, Disposizioni per la
promozione dei diritti e opportunità per l'infanzia e
l'adolescenza; l. 451/97, istituzione della Commissione
parlamentare per l'infanzia e dell'Osservatorio nazionale per
l'infanzia). Se ne trova riscontro nel "Piano nazionale di azione
e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei
soggetti in età evolutiva 2000-2001" predisposto dalla
Presidenza del Consiglio (D.P.R.13 giugno 2000).
La stessa legge di riforma dell'adozione, approvata quest'anno
(l. 27 aprile 2001, n.149), non si limita più ad enunciare
il diritto del minore a crescere nella sua famiglia, ma impegna
le istituzioni a sostenere la famiglia che si trovi in
difficoltà con misure concrete, anche di natura economica.
In altri termini, si va affermando l'idea che il principale
compito delle istituzioni nei confronti della famiglia è
quello di agevolarla nello svolgimento dei suoi compiti,
sostenendo le responsabilità dei genitori con misure
appropriate (l. n.328/2000, legge quadro per la realizzazione del
sistema integrato di interventi e servizi sociali; l. n. 53/2000
sui congedi parentali). In questo quadro più generale si
inserisce una maggior attenzione per la violenza cui è
esposto il minore, si tratti di violenza sessuale (l. n.
66/1996), di sfruttamento della prostituzione, pornografia,
turismo sessuale (l. n. 269/1998), di violenza nelle relazioni
familiari (l. 7 marzo 2001, n.154).
Obiettivo comune è quello di predisporre misure di
protezione e apparati sanzionatori più efficaci. Tuttavia
tali normative presentano gravi carenze evidenziate dalla recente
sentenza della Corte di Cassazione (Cass. S.U. 13 maggio 2000)
che ha lasciato impunita la condotta di chi ritrae un minore in
pose pornografiche per uso personale: quasi che il minore non
fosse anch'egli una persona.
Il rapporto tra media e minori evidenzia esigenze di
protezione solo in parte attuate dalla normativa in vigore.
Eppure, lo stesso legislatore è consapevole del fatto che
si tratta di questione cruciale, come testimonia l'art. 17 della
Convenzione di New York ("Gli Stati parti riconoscono
l'importanza della funzione esercitata dai mass-media e vigilano
affinché il fanciullo possa accedere ad una informazione
ed a materiali provenienti da fonti nazionali e internazionali
varie, soprattutto se finalizzati a promuovere la sua salute
fisica e mentale", ed a questo fine assumono specifici impegni)
In rapporto ai minori i media esibiscono il duplice volto di
mezzi che possono svolgere un ruolo cruciale nella formazione
delle nuove generazioni e di realtà da cui queste vanno
difese. All'immagine del bambino soggetto del diritto
all'educazione ed alla formazione si affianca, talvolta
soverchiandola, quella del bambino oggetto, bersaglio di
comunicazioni dirette ad influenzarne i gusti, gli stili di vita,
a favorirne la propensione al consumo.
Il problema risulta enfatizzato dalla circostanza che
l'importanza dei media nella formazione della personalità
minorile cresce in relazione al restringersi di altri spazi di
gioco e di comunicazione, che andrebbero invece recuperati,
migliorando la qualità della vita urbana, della formazione
scolastica. Il solitario faccia a faccia con la TV, i
videogiochi, internet tende a riempire il vuoto di un dialogo con
gli adulti, con la famiglia, sempre più evanescente.
Eppure, proprio in rapporto ai nuovi media, si vorrebbe
recuperare il compito della famiglia nella selezione delle
esperienze adatte al bambino. Così negli Stati Uniti la
legge Clinton (Communications Decency Act), che intendeva
oscurare i siti pornografici, è stata dichiarata
illegittima dalla Corte Suprema, nel 1997, perché in
contrasto con la fondamentale libertà di manifestazione
del pensiero. Il controllo dovrebbe allora essere svolto dalle
famiglie, grazie a particolari apparecchi che impediscono
l'accesso ai siti non adatti ai minori.
7. Iniziative comunitarie
Con riguardo ai rapporti tra media e minori si avverte la
necessità di un passaggio da una legislazione frammentaria
e lacunosa, in larga misura inattuata, ad una che affronti in
modo organico i diversi problemi, predisponendo adeguati
strumenti di controllo e sanzioni efficaci. Il nodo di una
disciplina in questo settore è quello dei rapporti tra
diritti individuali e libertà di informazione, sullo
sfondo di potenti interessi di mercato.
L'avvento di Internet apre nuovi importanti scenari: la
diffusione di materiale pornografico, i siti pedofili,
l'utilizzazione di minori come attori di video dal contenuto
erotico o violento, gli slogans allusivi dal significato ambiguo
che suscitano la curiosità dei più giovani. La Rete
si è sviluppata in epoca recente come mezzo di
circolazione transnazionale dell'informazione al di fuori di ogni
sistema di regole autoritative. Gli utenti del cyberspazio sono
in linea di principio contrari ad ogni regolamentazione dell'uso
del mezzo. Si registrano reazioni di protesta a fronte di
tentativi promossi dal Governo americano di varare misure contro
la diffusione di materiale pornografico (febbraio 1996). I
navigatori rivendicano una totale libertà di espressione,
affermando che su Internet tutti sono editori e perciò
liberi di scegliere la propria linea editoriale.
Per effetto dell'innovazione tecnologica, si sta delineando un
mutamento epocale dello scenario, descritto come "la fine della
comunicazione di massa" ed "il passaggio al villaggio globale".
L'avvento della multimedialità amplia enormemente il
mercato, al di fuori di un contesto definito da confini nazionali
e da frontiere geopolitiche. Si assiste ad una vera e propria
rivoluzione digitale, consistente nel mutamento della tecnologia
impiegata per le trasmissioni via etere da standard analogici a
standard digitali che consentono di moltiplicare le
capacità trasmissive e di espandere illimitatamente la
comunicazione. Tale rivoluzione condurrà ad una
progressiva convergenza di tutti i settori dell'informazione:
radio, televisione, informatica, telefonia, ecc. Si fa strada
l'esigenza di ridefinire le regole di condotta in relazione alle
nuove sfide emergenti. La transnazionalità dei fenomeni
impone di armonizzare la normativa in ambito internazionale,
presupposto, questo, indispensabile per l'effettiva applicazione
di regole, apparendo del tutto inadeguata una disciplina di tipo
intra-comunitario, in quanto la navigazione nello spazio
cibernetico non ammette frontiere né confini.
La legge 31 luglio 1997, n.249, istitutiva
dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, ha
sostituito alla figura monocratica del Garante per la
radiotelevisione e l'editoria un organismo collegiale cui
è affidato il controllo su un mercato più ampio di
stampa e televisione, che, in materia di pubblicità,
è espressamente chiamato a vigilare sul rapporto d'
"interazione organizzata" tra il fornitore del prodotto (content
provider), il gestore di rete (network provider) e l'utente. Nel
sistema dunque, è già presente una visione
multimediale dell'informazione, benché tale prospettiva si
configuri più come un'aspettativa o come una
"realtà virtuale". L'avvento di Internet postula un
cambiamento radicale del modo di pensare e diffondere i messaggi
pubblicitari.
La possibilità per il singolo utente di ricercare,
interagire e combinare le informazioni costituisce l'aspetto
nuovo ed originale per la comunicazione. La diffusione della
pubblicità in rete avviene secondo modalità
diverse, attraverso canali prima inesplorati: il servizio di
posta elettronica, e-mail, la creazione di una homepage o di un
sito Web, l'inserzione di informazioni in banche-dati, in
cataloghi elettronici o attraverso motori di ricerca.
L'interattività sollecita un nuovo tipo di linguaggio
promozionale, capace di catturare il consumatore che da "soggetto
passivo" diviene protagonista attivamente coinvolto nella scelta
del percorso. Attraverso la rete è possibile registrare
informazioni importanti sui consumatori, di tipo comportamentale
e motivazionale. Ciò pone all'attenzione dei giuristi il
problema della tutela della privacy, sia dal punto di vista
dell'impiego di informazioni a scopo commerciale, sia dal punto
di vista dell'"invasione del domicilio dell'utente. Infatti, la
raccolta di dati in Rete genera delle vere e proprie banche di
informazioni. In numerosi atti sovranazionali si pone l'accento
sulla necessità del consenso a ricevere informazioni da
parte del destinatario.
L'appello al "consenso" si giustifica con la difficoltà
di codificare un sistema di regole composto di autorizzazioni e
divieti, che risulterebbe difficile da controllare. In tal senso,
il "consenso" appare come una via intermedia "fra regulation e
deregulation". Fondamentale è il ruolo assunto dal Service
Provider, riguardo alla responsabilità per
illiceità dei messaggi pubblicitari diffusi, rispetto al
diritto nazionale. E' largamente condivisa l'opinione che occorra
predisporre un sistema di accesso alla Rete che permetta
d'identificare inequivocabilmente, all'atto del collegamento,
l'utilizzatore, memorizzando eventuali ingressi in servizi di
messaggeria, bacheche elettroniche o chat. Ciò al fine di
rintracciare l'autore di eventuali illeciti ed applicare le
relative sanzioni. Un altro canale potrebbe essere quello di
richiedere l'uso di un codice di accesso ai siti "per soli
adulti".
La dottrina non condivide l'equiparazione del Provider
all'editore o al direttore responsabile di una pubblicazione a
stampa, apparendo di difficile realizzazione un controllo di tipo
preventivo sui contenuti della comunicazione in Internet,
considerata la quantità di messaggi diffusa. Inoltre un
sistema di controllo rigido comporterebbe uno snaturamento delle
finalità proprie dei mezzi di comunicazione telematica:
diffondere informazioni in tempo reale, nel rispetto del
principio di libertà. Diviene quanto mai necessario
uniformare le legislazioni dei diversi paesi europei e prevedere
un intervento incisivo ed efficace della comunità
internazionale tale da stabilire regole omogenee per la
repressione delle violazioni. In ambito europeo non mancano le
prese di posizione, ma si tratta a volte di atti non vincolanti e
di portata eminentemente programmatica, come i due documenti
della Commissione presentati nell'ottobre del 1996: la
Comunicazione sulle informazioni di contenuto nocivo ed illegale
su internet ed il Libro verde sulla protezione dei minori e della
dignità umana nei servizi audiovisivi e di
informazione.
La comunicazione prevedeva, in particolare, misure pratiche
per intraprendere un'azione immediata di lotta alle informazioni
di contenuto illegale e nocivo su Internet, che non si limitasse
ai settori della protezione dei minori e della dignità
umana. All'uopo, la Commissione proponeva l'adozione di una serie
di misure operative, tra cui è possibile ricordare
l'intensificazione della cooperazione tra gli Stati membri nel
settore della giustizia e degli affari interni, l'elaborazione e
l'applicazione di norme di autoregolamentazione da parte dei
fornitori di accesso alla Rete (c.d. provider), la diffusione
dell'utilizzo di software e di sistemi di codifica, la promozione
di azioni nazionali di sensibilizzazione rivolte ai genitori ed
agli educatori, nonché l'esame del contesto giuridico
applicabile e della possibilità di negoziare una
convenzione internazionale sulle informazioni di contenuto
illecito e nocivo su Internet.
Con il Libro verde, la Commissione ha invece voluto aprire una
fase di consultazione con le altre istituzioni comunitarie, le
autorità nazionali e l'insieme degli ambienti
professionali e delle parti interessate in merito alle
implicazioni ed alle soluzioni da adottare, a medio e lungo
termine, in materia di protezione dei minori e della
dignità umana nei servizi audiovisivi e di informazione in
generale. Così, dopo aver presentato una rassegna di norme
e strumenti di controllo applicabili al contenuto dei servizi
audiovisivi e di informazione, il documento della Commissione
passa ad esaminare gli strumenti e le azioni prioritarie da
adottare a livello dell'Unione europea, nel rispetto del
principio di sussidiarietà. A tal fine, il documento
propone di sviluppare un approccio coerente che faciliti
l'applicazione del diritto nazionale, evitando nel contempo di
ostacolare eccessivamente lo sviluppo dei suddetti servizi nel
quadro del mercato interno.
In quest'ottica, e sulla base delle misure a breve termine
presentate nella comunicazione poc'anzi esaminata, la Commissione
ha auspicato l'approfondimento delle consultazioni su alcuni temi
specifici, quali il miglioramento del quadro giuridico, con
particolare riferimento alla definizione del regime di
responsabilità degli operatori che intervengono nella
catena di comunicazione dei contenuti (dall'autore
all'utilizzatore finale), allo sviluppo dei meccanismi di
arbitraggio, di conciliazione e di sorveglianza in materia di
regolamentazione nazionale o di autoregolamentazione, ed alla
promozione della cooperazione tra gli Stati membri in materia di
giustizia e affari interni; la promozione dei sistemi di
controllo parentale, tramite l'invito alla cooperazione delle
industrie interessate, in particolare per quanto riguarda
l'elaborazione di idonei codici di condotta, l'identificazione di
standard comuni in materia di indicazione dei contenuti e lo
sviluppo dell'informazione e della sensibilizzazione degli
utilizzatori, segnatamente dei genitori e dei minorenni, dei
consumatori e delle organizzazioni rappresentative;
l'intensificazione della cooperazione internazionale, con
specifico riferimento all'articolazione dei livelli di competenza
adeguati . Sulla base delle indicazioni emerse dai documenti
poc'anzi esaminati hanno preso le mosse le successive iniziative
condotte dalla Comunità. Tra di esse, si ricorda la
dichiarazione del Consiglio e dei ministri dell'educazione
riuniti in sede di Consiglio, del dicembre 1996, sulla protezione
dell'infanzia e la lotta contro la pedofilia , e la risoluzione
del Consiglio e dei rappresentanti dei governi degli Stati membri
riuniti in sede di Consiglio, del febbraio 1997, relativa alle
informazioni di contenuto illegale e nocivo su Internet .
Più rilevante ed incisiva, sotto il profilo dell'efficacia
giuridica dispiegata, è invece la decisione del Parlamento
europeo e del Consiglio n. 276/1999, del 25 gennaio 1999, che
adotta un Piano pluriennale d'azione per promuovere l'uso sicuro
di Internet attraverso la lotta alle informazioni di contenuto
illegale e nocivo diffuse attraverso le reti globali .
Il Piano d'azione, la cui portata si esaurirà alla fine
del 2002, si prefigge come obiettivo la promozione dell'uso
sicuro di Internet, incoraggiando a livello europeo un ambiente
favorevole allo sviluppo del settore relativo. A tal fine, il
Piano incarica la Commissione di intraprendere alcune azioni
destinate ad affiancarsi e a sostenere misure nazionali di
analoga natura, in linea con i criteri guida e gli strumenti
d'intervento indicati da taluni allegati alla decisione
comunitaria. Tra le azioni così individuate, particolare
rilievo rivestono quelle destinate a promuovere sistemi di
autoregolamentazione da parte degli operatori del settore e di
controllo dei contenuti (quali la pornografia infantile o i
contenuti istiganti all'odio basato su differenze di razza,
sesso, religione, nazionalità o origine etnica); a
incoraggiare la fornitura, da parte degli operatori del settore,
di sistemi di filtraggio e di classificazione che consentano a
genitori ed insegnanti, da una parte, di selezionare contenuti
adeguati ai minori sotto la loro tutela e agli adulti,
dall'altra, di decidere a quale contenuto legale essi vogliano
accedere, tenendo anche conto del pluralismo linguistico e
culturale; a diffondere tra gli utenti, soprattutto genitori,
insegnanti e bambini, l'informazione sui servizi offerti
dall'industria, affinché essi possano meglio comprendere
le opportunità di Internet e trarne vantaggio; a
promuovere azioni di sostegno, quali la valutazione delle
implicazioni giuridiche e la cooperazione internazionale nei
settori di cui sopra.
All'adozione del Piano pluriennale d'azione hanno fatto
seguito le conclusioni del Consiglio del 17 dicembre 1999, sulla
protezione dei minori nello sviluppo dei servizi audiovisivi
digitali , in cui l'istituzione comunitaria ha evidenziato la
necessità di adattare ed integrare, alla luce degli
sviluppi tecnici, sociali e commerciali, gli attuali sistemi di
trasmissione digitale per proteggere i minori da contenuti
audiovisivi nocivi, e di far sì che lo sviluppo di nuovi
mezzi tecnici per il controllo parentale non comporti la
riduzione della responsabilità a carico delle diverse
categorie di operatori relativamente alla protezione dei minori
da contenuti nocivi.
Alla luce di queste esigenze prioritarie, il Consiglio ha
quindi invitato gli Stati membri a mantenere sotto stretto
controllo l'efficacia degli attuali sistemi di protezione dei
minori e ad intensificare gli sforzi per quanto riguarda le
misure nel campo dell'educazione e della sensibilizzazione; a
promuovere consultazioni tra le industrie le industrie e le parti
interessate, allo scopo di esaminare modalità per
raggiungere una maggiore chiarezza nella valutazione e nella
classificazione del contenuto audiovisivo, sia all'interno dei
vari settori interessati che fra di essi. Allo stesso tempo, il
Consiglio ha invitato la Commissione, anche mediante l'impiego
degli attuali strumenti finanziari della Comunità, a
promuovere consultazioni tra le industrie e le parti interessate,
allo scopo di esaminare modalità per raggiungere una
maggiore chiarezza nella valutazione e nella classificazione del
contenuto audiovisivo in Europa, sia all'interno dei vari settori
interessati che fra di essi, nonché a promuovere lo
scambio di informazioni e delle migliori pratiche per quanto
riguarda la protezione dei minori; a incoraggiare l'industria a
sviluppare prodotti di facile uso per genitori ed educatori che
permettano loro di trarre beneficio dagli strumenti tecnologici
per proteggere i minori; ad esaminare eventuali azioni
comunitarie per sostenere e integrare le attività degli
Stati membri volte alla protezione dei minori da contenuti
audiovisivi nocivi grazie a migliori livelli di
"alfabetizzazione" attraverso i media e a misure volte a
migliorare la sensibilizzazione, pur tenendo conto appieno dei
lavori in corso nell'ambito del Piano d'azione comunitario, sopra
esaminato, e degli sviluppi e dell'esperienza acquisita nel resto
del mondo.
Alla lotta alla pornografia su internet è dedicato
l'ultimo atto comunitario, la decisione del Consiglio del 29
maggio 2000 che, nel quadro della cooperazione intergovernativa
in materia giudiziaria, intende promuovere l'accertamento e la
repressione efficace dei reati commessi per tale via . Adottata
sulla base dell'art. 34 (ex art. K.6) del Trattato di Maastricht,
e dunque riconducibile al quadro della cooperazione
intergovernativa in materia giudiziaria penale e di polizia di
cui al terzo pilastro dell'Unione europea, la decisione impegna
anzitutto gli Stati membri ad adottare le misure necessarie per
incoraggiare gli utenti di Internet a notificare, direttamente o
indirettamente, alle autorità preposte all'applicazione
della legge il sospetto di diffusione su Internet di materiale di
pornografia infantile, qualora rinvengano tale materiale. In
questo contesto, gli utenti di Internet devono essere informati
dei metodi disponibili per contattare le autorità preposte
all'applicazione della legge o gli organismi che hanno contatti
privilegiati con tali autorità, onde consentire loro di
svolgere le attività di prevenzione e lotta alla
pornografia infantile su Internet.
La decisione prevede, inoltre, che le misure atte a promuovere
l'accertamento e la repressione efficaci dei reati in questo
settore possano comprendere, quando necessario e tenuto conto
della struttura amministrativa di ciascuno Stato membro,
l'istituzione di unità specializzate nell'ambito dei
servizi preposti all'applicazione della legge. Tali unità,
dotate delle competenze e delle risorse necessarie per gestire
tempestivamente le informazioni relative al sospetto di
produzione, trattamento, possesso e diffusione di materiale di
pornografia infantile, sono tenute ad intervenire tempestivamente
non appena entrino in possesso di informazioni sul sospetto circa
il verificarsi delle fattispecie criminose prima richiamate,
salvo i casi in cui si renda tatticamente necessario differire
un'azione, ad esempio per scoprire il soggetto o i soggetti che
si celano dietro operazioni criminali o eventuali reti di
pornografia infantile.
Gli Stati membri devono altresì impegnarsi ad
assicurare la più ampia e rapida cooperazione possibile
per agevolare l'efficace accertamento dei reati di pornografia
infantile su Internet, nonché la relativa repressione
conformemente agli accordi e alle modalità vigenti. Per
assicurare una risposta tempestiva ed efficace a questi reati,
gli Stati membri possono scambiare tra loro informazioni mediante
le unità specializzate di nuova istituzione sopra indicate
ovvero i canali di comunicazione già esistenti, quali
l'Interpol e l'Ufficio europeo di polizia (Europol), istituito
dal Trattato di Maastricht. L'Europol, in particolare, deve
essere informata dei casi sospetti di pornografia infantile, allo
scopo di esaminare, nei limiti del suo mandato e in cooperazione
con gli Stati membri, la possibilità di organizzare
riunioni periodiche tra le competenti autorità
specializzate nella lotta contro la pornografia infantile su
Internet, per promuovere lo scambio di informazioni di carattere
generale, l'analisi della situazione e il coordinamento delle
misure operative.
Tra le misure atte ad eliminare la pornografia infantile su
Internet, la decisione del Consiglio comprende anche l'impegno
degli Stati di sviluppare un dialogo costruttivo con l'industria,
allo scopo di sollecitare i fornitori di servizi Internet a
fornire consulenza alle autorità nazionali competenti o
alle unità specializzate circa il materiale di pornografia
infantile di cui sono stati informati o di cui sono venuti a
conoscenza e diffuso per loro tramite; di eliminare dalla
circolazione il materiale di pornografia infantile di cui sono
stati informati o di cui sono venuti a conoscenza e che è
diffuso attraverso tali servizi, salvo diverse disposizioni delle
autorità competenti; di conservare per il tempo
eventualmente specificato nella legislazione nazionale
applicabile i dati relativi a tale traffico, al fine di rendere
tali dati disponibili per essere esaminati dalle autorità
preposte all'applicazione della legge, secondo le norme
procedurali applicabili (soprattutto ai fini delle azioni penali
qualora si sospetti l'abuso sessuale di bambini, nonché la
produzione, il trattamento e la diffusione di materiale di
pornografia infantile), predisporre propri sistemi di controllo
per combattere la produzione, il trattamento, il possesso e la
diffusione di materiale di pornografia infantile. Gli Stati
membri, infine, sono tenuti a verificare regolarmente se il
progresso tecnologico renda necessaria, nel rispetto dei principi
fondamentali dei rispettivi ordinamenti, una modifica della loro
procedura penale, al fine di mantenere l'efficacia della lotta
contro la pornografia infantile e lo sfruttamento sessuali dei
bambini su Internet.
Analogo obbligo grava sul Consiglio, che è tenuto a
prendere in considerazione l'adozione di ulteriori iniziative
rese necessarie dagli sviluppi della tecnica, tenuto anche conto
dei risultati della procedura di valutazione dell'efficace
applicazione delle misure previste dalla decisione . Pur con i
limiti propri di alcune di esse, le prese di posizione della
Comunità e le iniziative di cooperazione tra Stati che si
intende in tal modo promuovere costituiscono tappe significative
in quanto, nel villaggio globale, solo regole che superino la
dimensione nazionale e che si integrino in una rete a livello
mondiale possono aspirare a contrastare efficacemente gli abusi e
le attività illecite rese possibili da una circolazione di
informazioni ormai senza confini, da una libertà di
comunicazione e di accesso tendenzialmente sottratta a
controlli.
8. La normativa nazionale.
La rassegna della normativa interna offre un quadro poco
consolante non solo per il suo carattere lacunoso e frammentario,
ma anche per il fatto che neppure le norme esistenti risultano
adeguatamente attuate. E' questa la conclusione cui giunge la
Relazione sul "Rapporto tra televisione e minori" presentata il
13 maggio 1999 dalla Commissione speciale del Senato in materia
d'infanzia (Senato della Repubblica, Relazione della Commissione
speciale in materia d'infanzia sul Rapporto tra televisione e
minori, doc. XVI, n.10).
La disciplina attuale è quella risultante dalla c.d.
legge Mammì (n.223/1990, attuativa della direttiva
comunitaria 89/552 CEE), la quale, con riguardo al minore,
predispone garanzie sia nei confronti di spettacoli osceni (art.
30), o che più in generale "possano nuocere allo sviluppo
psichico e morale dei minori, che contengono scene di violenza
gratuita o pornografica, che inducano ad atteggiamenti di
intolleranza basati su differenze di razza, sesso, religione o
nazionalità" (art. 15, cc.10-13). Quanto ai film, si vieta
la trasmissione di quelli privi di nulla osta e di quelli vietati
ai minori di anni 18, mentre i film vietati ai minori di anni 14
non possono andare in onda prima delle 22,30 e dopo le ore 7.
Meno restrittivo è il decreto legge 29 marzo 1995, n.97
(recante norme sul riordino delle funzioni in materia di turismo,
spettacolo e sport), convertito in legge 30 maggio 1995, n.203,
il quale limita alla fascia oraria tra le 23 e le 7 le
trasmissioni "di opere a soggetto e di film prodotti dalla
televisione che contengano scene di sesso e violenza tali da
poter incidere negativamente sulla sensibilità dei
minori": non soltanto, dunque, i film che contengano scene di
violenza gratuita o pornografica, ma, più in generale,
quelli che contengano scene di sesso e di violenza.
Per quel che riguarda la pubblicità, l'inserimento di
spot nei programmi per bambini e negli stessi cartoni animati, e
le stesse sponsorizzazioni non sono vietati (come invece disposto
in numerosi altri Paesi europei), ma, anzi, sono consentiti dalla
l. n.223/1990, sia pur con la previsione di limiti temporali, in
programmi di durata non inferiore ai trenta minuti. Su questo
punto - osservava la Relazione sui rapporti tra media e minori
della Commissione del Senato - "occorre quanto meno imporre il
rispetto della previsione di legge secondo la quale i messaggi
pubblicitari debbono essere riconoscibili come tali dallo
spettatore, e quindi ben distinti dai programmi in cui sono
inseriti. Il Codice di autoregolamentazione del 1997 prevedeva
ben tre diversi livelli di protezione dei minori dai messaggi
pubblicitari, a seconda delle diverse esigenze di cautela
nell'arco della giornata, eppure … le violazioni si
ripetono senza che ad esse seguano risposte concrete". Anche il
D.Lgs. n.74/1992 (in materia di pubblicità ingannevole e
comparativa) contiene norme relative ai giovani spettatori e
definisce "ingannevole" la pubblicità "che minacci, anche
indirettamente, la sicurezza dei bambini e adolescenti, o abusi
della loro naturale credulità o mancanza di esperienza,
oppure che, impiegando bambini ed adolescenti in messaggi
pubblicitari, abusi dei naturali sentimenti degli adulti verso i
più giovani". Indirizzata a colpire esclusivamente la
pubblicità ingannevole, questa disciplina trascura altri
profili, come quelli relativi alla pubblicità capace di
offendere la sensibilità dei bambini o adolescenti, o di
interferire in modo negativo con la loro educazione o
comportamento sociale. Più attento a questi profili
è il Codice di autodisciplina pubblicitaria il quale,
oltre a stabilire regole specifiche per la pubblicità dei
giocattoli e giochi per bambini (art. 28 bis), all'art.11 impegna
le parti contraenti a porre "una cura particolare …nei
messaggi che si rivolgono ai bambini e agli adolescenti i che
possono essere da loro ricevuti.
Questi messaggi non devono contenere nulla che possa
danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e non devono
inoltre abusare della loro naturale credulità o mancanza
di esperienza, o del loro senso di lealtà". Si specifica
poi che tale pubblicità non deve indurre "a violare norme
di comportamento sociale generalmente accettate; compiere azioni
o esporsi a situazioni pericolose; ritenere che il mancato
possesso del prodotto pubblicizzato significhi
inferiorità, oppure mancato assolvimento dei compiti da
parte dei genitori; sollecitare altre persone all'acquisto del
prodotto pubblicizzato". Si aggiunge, infine, che "l'impiego di
bambini e adolescenti in messaggi pubblicitari deve evitare ogni
abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più
giovani". Si tratta, tuttavia, di regole che, per il fatto di
essere contenute in un codice di autodisciplina e non in un testo
di legge, vincolano solo le parti aderenti e scontano i limiti di
efficacia dei mezzi di tutela predisposti dal codice. Pur senza
chiedere di eliminare completamente la pubblicità dai
programmi per ragazzi, come avviene altrove, alcuni interventi
sono stati giudicati prioritari dalla Commissione del Senato:
limitare, durante i programmi dedicati ai bambini, "la
trasmissione di trailers relativi a trasmissioni non adatte
all'infanzia"; impedire "la presenza di bambini attori negli spot
e nelle televendite; eliminare "definitivamente i casi di
pubblicità 'mascherate' o ingannevoli"; vietare le
televendite presentate dallo stesso conduttore del programma per
bambini"; vietare "l'inserimento di spot durante i cartoni
animati dedicati ai più piccoli".
Fatti di cronaca in cui sono stati coinvolti dei minori nel
ruolo di protagonisti "vittime" hanno recentemente indotto il
legislatore ad intervenire contro i produttori e gli spacciatori
di videocassette di contenuto pornografico coinvolgenti ragazzi o
bambini. Si fa riferimento alla legge 3 agosto 1998 n. 269 (Norme
contro lo sfruttamento della prostituzione, della pornografia,
del turismo sessuale in danno di minori, quali nuove forme di
riduzione in schiavitù) che, oltre al commercio, punisce
la semplice, quando sia consapevole, detenzione di materiale
pedo-pornografico (art. 4). L'art. 600-ter, 1° comma, c.p.
sanziona lo sfruttamento di minori al fine di realizzare
esibizioni pornografiche o di produrre materiale pornografico. Il
2° comma punisce chi fa commercio del materiale.
Riguardo alla divulgazione di materiale pornografico, il
3° comma dell'art.600-ter contempla due diverse
fattispecie:
1) la divulgazione di materiale prodotto mediante sfruttamento;
2) la diffusione di notizie finalizzate all'adescamento di
minori. Tali previsioni si estendono ad ogni modalità di
comunicazione, ivi comprese le reti telematiche ed Internet. La
norma punisce la detenzione di materiale pornografico, includendo
qualsiasi modalità di acquisizione e titolo di
disponibilità. La L.269/98 ha inteso dare una disciplina
unitaria al delitto di prostituzione minorile, inteso come reato
contro la libertà individuale.
La collocazione dei nuovi reati è tra quelli contro la
"personalità individuale", quale forma tipizzata di
"riduzione in schiavitù". Scopo della norma è
contrastare il fenomeno della mercificazione professionalmente
organizzata del sesso minorile, sia con riferimento alle
prestazioni sessuali, sia alla riproduzione di suoni e immagini
spettacolari a contenuto erotico. Il bene giuridico protetto
è la personalità individuale del minore e il suo
diritto ad un libero ed armonico sviluppo psicofisico. Il quadro
di norme che regolano la tutela dei minori nei confronti dei
media è caratterizzato da frammentarietà e dalla
mancanza di un disegno unitario. Numerose difficoltà,
inoltre, sembrano impedire la pratica attuazione di misure idonee
a garantire un corretto sviluppo della personalità del
minore.
9. I codici di autoregolamentazione
Anche la disciplina contenuta nei codici di
autoregolamentazione sottoscritti dagli operatori delle categorie
interessate risulta in larga misura disattesa per la mancanza di
apparati sanzionatori adeguati. Vanno qui ricordati: - la Carta
di Treviso sui diritti del minore in materia di cronaca,
sottoscritta dalla Federazione nazionale della stampa e dal
Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti il 5 ottobre
1990, contiene numerose prescrizioni volte a tutelare la
personalità del minore da forme di spettacolarizzazione
della sua vita. In particolare, riconoscendo i principi
fondamentali affermati nella Convenzione ONU del 1989 (il
prioritario interesse del minore a crescere in un ambiente sano e
a non subire interferenze arbitrarie o illegali nella sua
privacy, né illeciti attentati al suo onore e alla sua
reputazione, la necessità da parte degli Stati di assumere
appropriate misure legislative, amministrative, sociali ed
educative per proteggere i bambini da qualsiasi forma di
violenza, danno o abuso anche mentale) prevede il mantenimento
dell'anonimato per gli episodi di cronaca che coinvolgano i
bambini, e la rinuncia a pubblicare elementi che ne consentano
l'identificazione; contiene il divieto di strumentalizzazione nei
programmi televisivi aventi per protagonisti i bambini; richiede
il preventivo assenso di genitori o familiari per l'utilizzazione
di dati personali di minori, in caso di rapimento o scomparsa;
auspica una maggior preparazione professionale degli operatori
del settore, il coinvolgimento di soggetti istituzionali chiamati
alla tutela dei minori, un rapporto di collaborazione stabile con
l'ufficio del Garante per la radiodiffusione e l'editoria; invita
il legislatore a formulare una normativa specifica che rifletta,
nel contratto di lavoro giornalistico, l'impegno comune a
tutelare gli interessi dei più giovani; raccomanda ai
responsabili delle reti nazionali televisive una particolare
attenzione ai diritti dei minori nelle trasmissioni di
intrattenimento e pubblicitarie. FNSI e Ordine dei giornalisti
stabiliscono di costituire, in collaborazione con "Telefono
Azzurro", insieme con le altre componenti del mondo della
comunicazione, un Comitato nazionale permanente dei garanti che
possa fissare indirizzi su singole problematiche, organizzare
opportune verifiche e sottoporre, gli organi di autodisciplina
delle categorie, eventuali casi di violazione della deontologia
professionale.
Con un Vademecum del 1995 i giornalisti italiani, in
considerazione delle ripetute violazioni della "Carta", hanno
inteso ribadire alcune regole di comportamento riconfermandone il
valore e l'attualità. Il Vademecum impegna il Comitato
nazionale di Garanzia a diffondere la normativa esistente, a
pubblicizzare i propri provvedimenti, a coinvolgere
nell'applicazione della Carta di Treviso i direttori di
quotidiani, agenzie di stampa, notiziari televisivi e
radiofonici, sollecitare la creazione di uffici stampa presso i
Tribunali per i minorenni, sviluppare spazi informativi e di
comunicazione per i minori. - La Carta dell'informazione e della
programmazione a garanzia degli utenti e degli operatori del
servizio pubblico RAI reca disposizioni volte ad orientare la
programmazione a principi di tutela dei minori. - Il Codice di
autoregolamentazione dei rapporti tra televisione e minori
(approvato il 26 novembre 1997, ed elaborato da un Comitato ad
hoc, nominato dal Presidente del Consiglio e composto dai
rappresentanti di tutte le reti televisive pubbliche e private,
oltre ad esponenti delle Istituzioni).
Preso atto che il bisogno del minore ad uno sviluppo regolare
ed armonico è un diritto riconosciuto dall'ordinamento
giuridico nazionale ed internazionale, e che la funzione
educativa deve essere agevolata dalla televisione, nel codice si
afferma il diritto del minore ad una maggior tutela rispetto a
trasmissioni televisive nocive al suo sviluppo psichico e
morale.
Le aziende televisive si impegnavano ad elevare la
qualità dei programmi destinati alla fascia di giovani
utenti. Quest'ultimo codice di autoregolamentazione prevedeva la
costituzione di un Comitato di controllo per sovraintendere alla
concreta attuazione della disciplina, di fatto inoperante, per le
dimissioni di numerosi membri, compreso il presidente, e le cui
funzioni dovrebbero, invece, essere ripristinate e potenziate. Si
assiste, così, "impotenti" - come denunciava la citata
Relazione sul rapporto tra televisione e minori della Commissione
del Senato - alla "violazione pressocchè quotidiana" delle
regole di autodisciplina e "proprio da parte di coloro che le
hanno sottoscritte". 10. Problemi di attuazione Il nodo del
problema, come si diceva, non è soltanto quello di
disporre di regole adeguate: è principalmente quello di
dare ad esse attuazione.
Su questa via si registra un primo passo avanti con la riforma
delle commissioni di censura cinematografica (febbraio 2001),
attesa da più di tre anni (il decreto che ne prevedeva
l'istituzione è il n.3 dell'8 gennaio 1998): commissioni
che risultano ora integrate da rappresentanti dei genitori,
espressi dalle diverse Associazioni che li raggruppano, da
docenti di diritto, psicologi, pedagogisti di settore, risultando
in tal modo meglio apprezzabile l'interesse del minore alla
visione del film. Gravi sono, tuttavia, le omissioni, le carenze
di strumenti necessari a garantire i diritti dei minori riguardo
ai media. Anche quelli astrattamente previsti, non risultano,
poi, in concreto attuati. Il compito di controllare la
programmazione televisiva è affidato all'Autorità
per le garanzie nelle comunicazioni. Ma questa Autorità a
tutt'oggi non dispone di strumenti finalizzati a monitorare le
trasmissioni televisive e, perciò, a rilevare e sanzionare
le violazioni. In particolare non è ancora stato istituito
il Consiglio nazionale degli utenti (previsto dalla l. 31 luglio
1997, n.249, istitutiva dell'Autorità garante),
all'interno del quale dovrebbe essere valorizzato il ruolo delle
associazioni rispetto a quello degli esperti di settore.
L'esigenza di assicurare una migliore tutela dei diritti dei
minori nei confronti dei media si era tradotta nel disegno di
legge n. 1138 (Disciplina del sistema delle comunicazioni) che
contiene, all'art. 11, norme volte alla tutela dei minori con
riferimento al settore radiotelevisivo. Esso vieta la
trasmissione dei programmi che possono ledere il "diritto alla
tutela dello sviluppo fisico, psichico e morale dei minori", e
prevede una delega al Governo per la formulazione di una
disciplina organica che regolamenti il settore della
pubblicità dedicata ai ragazzi e le modalità di
trasmissione di film vietati ai minori di anni 14.
Raccomandazioni
Il CNB, considerata la crescente influenza che i media
tradizionali ed i nuovi media esercitano sulla formazione della
personalità minorile, le opportunità che si creano
ed i rischi che ne possono derivare, e preso atto della
insufficienza della disciplina vigente e, comunque, della sua
larga inattuazione, intende richiamare l'attenzione
sull'importanza del problema e contribuire al dibattito
nell'opinione pubblica, tra gli operatori del settore, le
categorie e le Associazioni interessate. Il principale obiettivo
da raggiungere è quello della formazione di una cultura
del rispetto nei confronti dei minori - delle loro esigenze
affettive e formative - e della responsabilità degli
adulti e delle istituzioni nei loro confronti. Sulla base di
queste premesse si suggeriscono alcune indicazioni bioetiche
rivolte ai diversi soggetti sociali che agiscono sulla formazione
dell'infanzia.
1. La famiglia.
E' responsabilità dei genitori l'educazione dei figli
anche in rapporto all'uso dei mass media. Per quanto riguarda la
famiglia devono essere diffuse alcune semplici nozioni che
chiariscano quali sono le competenze e "debolezze" della mente
infantile nelle varie fasi dello sviluppo, quali le
necessità psicofisiche di bambini e adolescenti e quali i
fattori che possono lasciare una traccia negativa sullo sviluppo
della personalità.
2. La scuola.
Per quanto riguarda il mondo della scuola, gli insegnanti
devono essere formati su tematiche che spaziano dalle
trasformazioni dell'immagine dell'infanzia nel corso del tempo
alle caratteristiche psicofisiche dei bambini e degli
adolescenti, all'impatto che i vari messaggi audiovisivi
esercitano sia a livello cognitivo che emotivo nelle diverse
età, alle esigenze di impegno e di gioco, di
partecipazione e di progettualità che hanno i giovani.
3. I media.
Per quanto riguarda i media deve essere promossa un'azione
più decisa che distingua i programmi dell'infanzia da
quelli degli adulti, che non "adultizzi" i minori investendoli
con tematiche esplicite o implicite proprie di altre età
della vita e che favorisca anche una cultura in positivo dei
rapporti interpersonali. E' necessario controllare che i bambini
non vengano utilizzati dal mercato in spot pubblicitari, concorsi
o spettacoli che li strumentalizzano e non rispettano le esigenze
di una crescita graduale. Le televisioni (sia la Rai che le
televisioni private che hanno ottenuto una concessione dallo
Stato Italiano) devono responsabilizzarsi moralmente nei
confronti di bambini e adolescenti curando la qualità dei
programmi che mettono in onda negli orari di maggiore audience e
nelle cosiddette "fasce protette". E' un loro compito primario
collaborare fattivamente con comitati composti da genitori,
educatori, esperti in psicologia dell'età evolutiva per
diffondere i valori umani che caratterizzano la nostra
cultura.
4. La pubblicità.
Il tema dei rapporti tra pubblicità e infanzia deve
esser regolato da norme molto più rigide che tendano a
vietare qualsiasi forma di pubblicità nell'ambito dei
programmi rivolti ai bambini. Con riguardo ai rapporti tra media
e minori, nel Piano nazionale di azione e di interventi per la
tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età
evolutiva per il biennio 2001-2002 (d.p.r. 3 giugno 2000), sono
già contenuti precisi impegni che dovrebbero essere
rispettati; in particolare, la necessità: a) di attuare il
miglioramento qualitativo dei programmi; b) di realizzare
più incisive forme di tutela nei confronti della violenza
che, in forme diverse, i media possono esercitare sui minori; c)
di porre limiti qualitativi e quantitativi ai messaggi
pubblicitari indirizzati ai giovani; d) di istituire forme di
controllo per rilevare e sanzionare efficacemente le violazioni;
e) di dar vita ad una permanente attività informativa,
diretta ai giovani, ai genitori, alla scuola, per far conoscere
le straordinarie potenzialità dei media ed i modi in cui
difendersi dai loro abusi.
5. Le istituzioni.
Per quanto riguarda infine le istituzioni politiche il CNB,
consapevole che l'infanzia esprime una propria "cultura" e non
rappresenta soltanto una stagione dell'esistenza umana,
sottolinea l'esigenza della diffusione di una corretta cultura
dell'infanzia che riconosca i bambini come soggetti dotati di
spettanze proprie, "cittadini" di una comunità aventi pari
dignità rispetto agli adulti.
6. Attuazione dei diritti.
Il CNB raccomanda la concreta attuazione della Convenzione
internazionale sui diritti del fanciullo (Nazioni Unite
20.11.89), richiamando il diritto ad un'informazione corretta,
che sia diretta a promuovere il benessere sociale, spirituale e
morale del bambino nonché la sua salute fisica e mentale.
La Convenzione impegna gli Stati ad "incoraggiare i mass media a
divulgare informazioni e materiali che abbiano un'utilità
sociale e culturale per il fanciullo", a promuovere la
cooperazione internazionale al fine di "produrre, scambiare e
divulgare informazioni e materiali provenienti da varie fonti
culturali, nazionali ed internazionali" e a favorire
"l'elaborazione di principi direttivi appropriati destinati a
proteggere il fanciullo dalle informazioni e dai materiali che
nuocciono al suo benessere".
7. Linee-guida.
Il CNB sottolinea l'esigenza di elaborare linee-guida di
carattere scientifico ed etico per una più concreta
valutazione delle diverse attività di informazione e
comunicazione dirette all'infanzia, allo scopo di garantire la
necessaria attenzione ai suoi specifici bisogni e protezione
contro le diverse forme di violenza fisica o virtuale. A tal fine
raccomanda che fra i compiti dell'Osservatorio nazionale per
l'infanzia, istituito con legge n.451 del 1997 presso il
Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, si preveda quello di monitorare e
valutare l'attività di informazione e comunicazione
mediale destinata ai minori. E' inoltre necessario dotare
l'Autorità Garante delle Telecomunicazioni degli strumenti
necessari a garantire i diritti dei minori nei confronti dei
media. In particolare si sollecita l'istituzione del Consiglio
nazionale degli utenti previsto dalla L. 31 luglio 1997,
n.249.
8. Spazi di gioco.
Il recupero di spazi di gioco, fondamentali per lo sviluppo,
di comunicazione e attività creative, alternativi rispetto
ai media, il sostegno alle responsabilità familiari,
perché migliorino le relazioni domestiche e diminuisca il
disagio minorile dovrebbero costituire obiettivi primari ai quali
indirizzare gli interventi pubblici, tra cui quelli del Fondo
nazionale per l'infanzia e l'adolescenza (l. 285.1997).